Eventi naturali estremi: comprendere e mitigare il rischio – parte 1
Il recente ciclone “Harry”, che lo scorso gennaio ha colpito Sicilia, Calabria e Sardegna, con venti fino a 150 km/h e onde fino a 16,66 metri d’altezza, pone l’attenzione, ancora una volta, sul tema degli eventi naturali estremi e, oltre a farci riflettere sul cambiamento climatico, ci offre l’opportunità di interrogarci sulla mitigazione del rischio e sulla gestione dei sinistri in ambiente marittimo.
In questo nostro approfondimento, dedicato ancora una volta al concetto della tutela economica del bene “nave” (seppur visto nei termini afferenti a questo articolo) e dei beni marittimi in generale, andremo nel dettaglio ad analizzare essenzialmente due principali argomenti: come comprendere i rischi e come mitigarli allorquando questi si possano effettivamente e verosimilmente verificare.
Il fine è quello di poter diffondere quella necessaria cultura del rischio in ambito navale che da anni caratterizza professionalmente molte delle mie produzioni editoriali. Naturalmente, questo non dovrebbe rappresentare un esercizio fine a se stesso, ma dovrebbe invece costituire quella minima consapevolezza (basata su elementi di scienza), utile a tutti i soggetti direttamente e indirettamente coinvolti nella cosiddetta Blue Economy.
LA COMPRENSIONE E LA MITIGAZIONE DEI RISCHI DA EVENTI NATURALI ESTREMI
Prima ancora di chiarire come intervenire preventivamente, al fine di mitigare il “rischio” rispetto a quegli eventi naturali estremi, è però importante cercare di comprendere, anche sommariamente, l’attuale stato di fatto, a dispetto della ciclicità con cui questi specifici eventi oramai si verificano. In questo senso, e come in parte abbiamo accennato in apertura dell’articolo, devono anzitutto essere chiari due principali aspetti: in primo luogo, occorre tener presente che gli eventi atmosferici (tra cui tempeste, cicloni, precipitazioni, venti, fulmini, onde di notevole altezza) e naturali (come terremoti, maremoti o eruzioni vulcaniche) rappresentano da sempre, sia nella storia della navigazione sia allo stesso tempo nell’ancestrale rapporto tra l’uomo e il mare, eventi di naturale presenza all’interno dell’ambiente marittimo. Ciò va sottolineato, in quanto a volte (fatte le doverose eccezioni), nei fatti e nelle scelte quotidiane, l’operatore (istituzionale o economico che sia) sembra non tenerne in debito conto o, peggio, darlo per scontato. Eppure, anche nel diritto della navigazione e nell’architettura delle assicurazioni marittime, tali fenomeni sono considerati – anche storicamente – onnipresenti elementi di rischio e criticità, inseriti nel novero di quelli che erano chiamati gli “accidenti della navigazione”.
Altro aspetto da considerarsi, e certo non meno importante, sta nella contestualizzazione locale e geografica ove si colloca l’attività di navigazione o stazionamento esercitata (diporto, traffico, pesca) e, allo stesso tempo, nella posizione di quelle infrastrutture come porti, marine, cantieri, stabilimenti balneari, tipiche del contesto marittimo. Infatti, se è vero che i fenomeni naturali e atmosferici possono rappresentare una variabile teorica e verosimile nel generale, è altrettanto vero che taluni di questi eventi (come venti e maree o particolari condizioni meteo) caratterizzano, con le proprie peculiarità conosciute, anche taluni luoghi e aree geografiche.
Infine, ma non in ordine d’importanza, vi è poi da tener conto di come gli eventi naturali, anche estremi, abbiano negli ultimi anni aumentato sia la loro magnitudo in termini di intensità, frequenza e danno, sia la loro comparsa in luoghi e contesti precedentemente considerati “a basso rischio”. Tutti gli elementi fin qui descritti rappresentano, nella sostanza, quei minimi strumenti di comprensione e valutazione del rischio naturale e atmosferico, e dunque di potenziale danno, che possono assolutamente essere compresi e tenuti in considerazione anche dal non addetto ai lavori o comunque da ogni soggetto (privato, imprenditoriale e istituzionale) senza per questo dover certo ricorrere, seppur in questa fase, al supporto dell’esperto. Fin qui abbiamo cercato di descrivere, seppur nei limiti di una metrica meramente divulgativa, il concetto di comprensione del rischio in questa fattispecie.
Andiamo ora a parlare degli strumenti di mitigazione – sempre applicati ai rischi in questione – suddividendoli in due macro-categorie: “attivi” e “passivi”.
• Mitigazione attiva. Tra gli strumenti di tipo attivo, potremmo velocemente citare i vari criteri di analisi preliminare, la progettazione e la costruzione (anche di nuova concezione o in ottica di miglioramento) di unità e infrastrutture di terra, con standard di sicurezza e “resistenza” più elevati. Fondamentale è anche la corretta lettura, qualora questi dati siano applicabili all’ipotetico caso di specie, di allerte e informazioni meteo-marine, ad esempio diramate dall’Aeronautica Militare (servizio Meteomar) o dalla Protezione Civile. Attività quali il rinforzo degli ormeggi, il riposizionamento delle unità o gli interventi di messa in sicurezza temporanea per opere fisse o mobili, eseguite in vista delle previsioni meteorologiche, possono rappresentare valide e attive azioni di prevenzione contro un’ipotetica e seria esposizione al danno. Naturalmente, come abbiamo sopra accennato, questo non è chiaramente sempre possibile o attuabile nella pratica; tuttavia, queste azioni potrebbero rappresentare un valido ausilio per eliminare o limitare il danno.
• Mitigazione passiva. Quando, invece, è la forza maggiore a prevalere, si può, di contro, certamente parlare delle azioni di mitigazione passiva, seppur anche queste non possono prescindere da una attenta valutazione e contestualizzazione preliminare. Infatti, parafrasando, “Noè costruì l’arca prima e non certo dopo il diluvio…”.
IL TRASFERIMENTO DEL RISCHIO ATTRAVERSO IL RUOLO DELL’ASSICURAZIONE
In questo senso, si potrebbe infatti parlare di trasferimento assicurativo del rischio quale ulteriore, e forse ultima, azione di prevenzione a tutela sia dei beni che delle persone. Certamente, vi è da rilevare come, per chi opera in ambiente marittimo, la teorica ampiezza delle coperture assicurative – soprattutto per le polizze corpi e macchine, e per le marine in generale – sia, nella singolarità dei capitolati, pensata per tutelare con vari “gradi di garanzia” tanto le unità (polizza corpi e macchine) quanto talune attività, responsabilità ed eventi, specifici del settore marittimo. Tali coperture, infatti, possono solitamente intervenire per i danni parziali e, nei casi più estremi, per le perdite cosiddette “totali”. La compagnia, infatti, al netto delle condizioni di polizza e dei massimali sottoscritti, ristorerà, in parte o in toto, il danno subito dall’assicurato. Fin qui abbiamo però descritto brevemente più la teoria che la pratica.
La sfida, neppure tanto teorica è semmai sì assicurarsi, ma bene. Il tema, soprattutto da alcuni anni, è di estrema attualità e richiede, viste le varie criticità che affliggono la funzione di taluni apparati delle assicurazioni, una maggiore consapevolezza da parte del consumatore prima di valutare di sottoscrivere una polizza. Pur affrontando tali criticità e argomenti nel prossimo numero, con un focus dedicato alla fase del sinistro vero e proprio e non solo, in questo contesto ci soffermeremo su quello che può essere definito il più importante e fondamentale strumento, da tenere in considerazione ancor prima di stipulare una polizza.
Tale strumento consiste in una dettagliata attività preliminare di valutazione del rischio che, difficilmente (anche qui fatte le rarissime eccezioni), può essere affrontata integralmente dall’agente o dal broker assicurativo. Soprattutto per le unità, come per le attività portuali e marine in generale, un’opportuna stima, valutazione e/o perizia preventiva (anche utile alla “certificazione” di valori e stato d’uso, e all’identificazione stessa dei rischi) può permettere all’assicurato non solo di comprendere a fondo quali sono i rischi e come mitigarli, ma anche come gestirli in maniera consapevole. Attività come queste – svolte da figure indipendenti come periti ed esperti e/o risk manager assicurativi – possono, in aggiunta e attraverso un’analisi tecnico-contrattuale, anche assistere il cliente nella corretta individuazione delle coperture realmente necessarie e dell’eventuale prodotto da ricercarsi.
Conclusasi questa fase, spetterà infine all’agente o al broker, nei limiti della propria veste formale, ovvero quella dell’intermediario assicurativo, presentare il rischio alla propria compagnia e, semmai da questa gradito, stipulare la polizza assicurativa.
Attività come quelle fin qui descritte, che devono essere considerate quantomeno “buone pratiche”, possono colmare il divario generato da quella inevitabile e non piena comprensione del rischio che, spesso e purtroppo, è tra i motivi per cui la copertura non va poi ad operare correttamente. Salvo casi di particolare complessità, queste sono anche attività e interventi economicamente sostenibili che, a dispetto del costo di una polizza o, peggio, rispetto all’esposizione economica prodotta da un sinistro, possono certamente rappresentare quell’utile “vaccino”, atto quantomeno a limitare il non infrequente rischio di avere problemi al momento dell’eventuale richiesta di indennizzo a seguito di un evento oggetto di copertura.





