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Un futuro sostenibile per il Mediterraneo

Crocevia di traffici commerciali fin dall’antichità, il Mar Mediterraneo riveste ancora oggi un ruolo decisivo per l’economia e il benessere dei 21 Paesi che vi si affacciano. Un’economia che però deve essere riconsiderata in un’ottica diversa allo scopo di tutelare una ricchezza irripetibile: uno straordinario ecosistema marino che vanta una biodiversità 10 volte superiore alla media mondiale.
Secondo le stime del WWF, sono 17.000 le specie marine presenti nel bacino del Mediterraneo, che si estende su una superficie di 2.969.000 km². Ciò significa che il 7,5% delle specie globali è racchiuso in un’area pari allo 0,82% degli oceani. Proprio per l’elevata biodiversità, il Mar Mediterraneo rappresenta uno degli ecosistemi più importanti al mondo. Questa enorme complessità di flora e fauna marina è tuttavia messa a rischio dall’impatto delle attività umane: stando al dossier “L’ultima spiaggia” redatto dal WWF, sarebbe non solo l’inquinamento, ma anche la pesca illegale a minacciare la biodiversità dei mari italiani.

Spiaggia di sabbia sulla costa mediterranea della Corsica (Photo by: Michel Gunther – WWF)

Nonostante gli sforzi del legislatore nazionale ed europeo per contrastare questo fenomeno, manca ancora un quadro normativo adeguato: in assenza di controlli efficaci, leggi e direttive vengono facilmente aggirate alimentando così un mercato ittico irregolare.
L’aumento esponenziale del consumo di pesce nel nostro Paese ha determinato, infatti, una preoccupante diffusione della pesca illegale, che può assumere diverse sfaccettature: c’è chi pesca in aree proibite o con mezzi non consentiti, ricorrendo a spadare, corrente elettrica o addirittura dinamite; chi cattura pesci di taglia illecita o durante un periodo vietato; chi esercita senza licenza o vende il proprio pescato in nero; chi pratica la pesca di specie non autorizzate; chi sfora il limite di carniere stabilito dalla legge per la pesca ricreativa in mare. Ciò implica un sovra-sfruttamento degli stock ittici (ovvero la mortalità indotta dalla pesca risulta superiore a quella necessaria per raggiungere uno sfruttamento sostenibile delle risorse), che colpisce soprattutto le acciughe in Adriatico, i pesci demersali (nasello, triglia, gambero rosa e gambero rosso) nel Canale di Sicilia e, in generale, il pesce spada.

Pescatori professionisti che raccolgono molluschi nel Parco Nazionale di Doñana, in Spagna (Photo by: Michel Gunther – WWF)

Sebbene un rapporto congiunto FAO-GFCM (la Commissione Generale per la pesca nel Mediterraneo) pubblicato a dicembre 2018 indichi una riduzione del 10% delle risorse ittiche sovra-sfruttate, passate dall’88% nel 2014 al 78% nel 2016, il fenomeno è ancora ad un livello critico e produce conseguenze allarmanti per la diversità biologica del nostro mare, la salute pubblica e il mercato.

Per scoraggiare la pesca illegale non documentata e non regolamentata, l’Unione Europea ha adottato il regolamento INN, entrato in vigore il 1° gennaio 2010, che impone agli Stati Membri di effettuare controlli più rigorosi sui pescherecci provenienti da Paesi extra-europei e stabilisce sanzioni severe per la pratica della pesca illegale. Ad oggi, tuttavia, il regolamento è stato stigmatizzato da diverse associazioni ambientaliste, che hanno sottolineato come i controlli non siano svolti in maniera omogenea negli Stati Membri, creando confusione ed incertezza per gli operatori (IUU Watch report 2017).

Nemmeno l’istituzione di Aree Marine Protette (AMP) pare aver dato i risultati sperati: nonostante in Italia esistano 30 Aree Marine Protette nelle quali la pesca è proibita o regolamentata, mentre la qualità delle acque è monitorata allo scopo di garantire la conservazione della biodiversità, risultano ancora insufficienti le attività di contrasto alla pesca illegale. Secondo quanto emerge dal Report del WWF sulla valutazione dell’efficacia di gestione tramite metodo RAPPAM 2018, questo fenomeno, insieme al bracconaggio, costituisce infatti la minaccia più diffusa nelle Aree Marine Protette con trend in aumento in alcune zone.

Spiaggia nel parco nazionale di El Kala: un’area nazionale protetta situata nel nord-est dell’Algeria. Questo parco è stato riconosciuto riserva della biosfera dall’UNESCO nel 1990 (Photo by: Michel Gunther – WWF)

Tra gli altri fattori che mettono a dura prova l’ecosistema marino spicca l’inquinamento, che – diversamente da come si potrebbe immaginare – non dipende soltanto da reflui urbani o rifiuti solidi smaltiti in maniera impropria. Nel Mediterraneo si registra, infatti, un afflusso eccessivo di nutrienti provenienti dal settore agricolo, che incide in particolare sulla qualità delle acque e delle aree costiere adriatiche, portando in molti casi a morie di pesci e fioriture di alghe. Un dato assai preoccupante concerne poi lo sversamento del petrolio: nel nostro mare si riscontra la più alta percentuale al mondo di idrocarburi disciolti nelle acque marine, dovuta al numero di incidenti occorsi alle navi in transito nel Mediterraneo. Anche l’attività estrattiva potrebbe gravemente compromettere lo stato dei nostri fondali: se nel corso delle fasi di prospezione e trivellazione dovesse verificarsi un’accidentale dispersione delle sostanze chimiche contenute nel greggio, si avrebbero effetti teratogeni, mutageni e cancerogeni in grado di protrarsi per decenni.

Turisti su una piantagione di posidonia nel Mar Mediterraneo, a Port Cros in Francia. In quest’isola la posidonia forma una prateria che copre quasi il 50% dei suoi fondali (Photo by: Michel Gunther – WWF)

Ma la speranza di un vero e proprio cambiamento passa per la lotta all’inquinamento da plastica, che rappresenta circa il 95% dei rifiuti del Mediterraneo, con indubbie ripercussioni sulla fauna selvatica marina: basti pensare che negli ultimi dieci anni 1 capodoglio su 3 è morto per aver ingerito plastica. Il problema è tanto più pressante se si considera che il nostro è un mare semichiuso: in questo modo la plastica si accumula facilmente fino a raggiungere in alcune zone livelli paragonabili a quelli rilevati nella famigerata “isola di plastica” nell’Oceano Indiano. Elevate concentrazioni di microplastiche – derivanti principalmente da bottiglie di plastica, contenitori per il cibo, reti da pesca, posate, pellicole, bicchieri di plastica, indumenti – sono state rinvenute tra il Mar Ligure e l’Isola d’Elba, nell’area protetta del Santuario dei Cetacei. Per contenere questo fenomeno sarà determinante l’entrata in vigore della direttiva UE che a partire dal 2021 metterà al bando le plastiche monouso, ma la strada da fare è ancora molta e in salita.

“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” sancisce il principio di conservazione della massa. Eppure questa nostra voracità, che ci induce incessantemente a trasformare la produzione in consumo, sta distruggendo l’ecosistema marino.
La biodiversità del Mar Mediterraneo sta conoscendo un rapido declino, che richiede senza dubbio una riforma delle leggi. Una vera inversione di rotta, tuttavia, potrà realizzarsi solo con un profondo cambiamento delle coscienze, attraverso la promozione dei principi di sostenibilità ambientale e di una cultura di responsabilità e conformità alle regole: siamo noi i responsabili della salute del nostro mare.

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