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Fine vita delle imbarcazioni: la questione della sostenibilità ambientale

Un tema molto interessante, ‘caldo’ e di cui si sa abbastanza poco è quello relativo alla sorte subita dalle imbarcazioni quando la loro vita ‘si esaurisce’.
Le barche, difatti, come tutti i beni prodotti e fabbricati dall’uomo è destinata col tempo a deteriorarsi, e – con gli anni – ad esaurire il proprio compito di ‘fidata compagna dell’armatore’ in quanto tutti (o quasi) i suoi componenti si danneggiano irrimediabilmente e potrebbe non valere la pena ostinarsi a recuperarla.

D’altro canto è anche vero che le imbarcazioni, a differenza di altri mezzi di locomozione, giovano di una vita media molto lunga che supera nella stragrande maggioranza dei casi tre o più decenni.
Personalmente, facendo – fra le mie attività – diverse consulenze in ambito di refitting e restauro, non raramente mi sono trovato a coordinare lavori di ‘recupero’ di vecchie imbarcazioni che, grazie alle richieste di affezionati e generosi armatori, sono ritornate alla luce in maniera davvero prepotente. Del resto, chi non subisce il fascino di un’imbarcazione old style in perfette condizioni?

Il problema, purtroppo, è che il refitting innanzitutto è un processo impegnativo e – secondo, ma non per importanza – può anche arrivare ad essere molto costoso in funzione della complessità del progetto.

Per tali ragioni, il refitting – di norma – va effettuato su imbarcazioni di un certo valore intrinseco, per cui sia giustificato l’investimento in termini di risorse, di tempo, di compensi.
Ad ogni modo… Che fine fa una barca quando termina la propria ‘esistenza’ in questa vita? E’ possibile che un oggetto così complesso, voluminoso e pesante debba subire la sorte della ‘demolizione’?

I più, probabilmente, non immaginano nemmeno lontanamente l’impatto ambientale che può avere il disfacimento di un’imbarcazione. Per questo motivo, negli ultimi anni, stanno nascendo diversi enti e consorzi che – agganciati   alle principali università italiane e straniere – stanno cercando di studiare e risolvere il problema in via definitiva. Infatti, in un periodo di crisi sociale (prima ancora che economica) pensare di distruggere un oggetto come una barca è un grosso affronto a quelle misure di sostenibilità ambientale che si richiedono alla luce di un’invocata rinascita civile e, naturalmente, industriale.

L’uovo di colombo, come al solito, potrebbe essere quello di trasformare una vecchia, logora, inservibile unità da diporto in una ‘risorsa’ preziosa (e non in ‘materiale per termovalorizzatori’).
A tal punto, l’algoritmo che trasformerebbe questo oggetto inservibile in ‘risorsa preziosa’ trova la sua naturale ragion d’essere nel riciclo di tutte (o quasi) le sue componenti.
Tornando al discorso tecnico, qualcuno si potrebbe chiedere come fa ad essere riciclato – nella realtà – un manufatto complesso come un’imbarcazione.

La risposta è semplice, in quanto, ogni natante può essere – fondamentalmente – ridotto alle solite tre o quattro classi principali di materia riciclabile attraverso un opportuno processo di parcellizzazione (frazionamento) della stessa unità da parte di manodopera specializzata.

Quindi, andando a fare un’analisi attenta, si può scoprire che a bordo di una barca dismessa vi si trova una vera e propria miniera in termini quantitativi e qualitativi di materia da riciclare
Si va infatti dal classico legno (presente in moltissimi componenti sia strutturali che ‘ornamentali’) passando dai vetri, ai metalli, fino ai polimeri (le comuni plastiche). Inoltre, oramai già da qualche tempo, è possibile trovare anche aziende specializzate nel riciclo di rifiuti speciali come i circuiti e le schede elettroniche di cui sono ricchissime le imbarcazioni al di sopra dei 15 metri.
A luce di ciò, il ‘riciclo’ (e non la demolizione) delle vecchie unità da diporto potrebbe addirittura diventare un nuovo spin off nell’economia legata alla nautica.
Questo particolare tipo di lavoro, difatti, offrirebbe non poche opportunità in termini di occupazione per l’intero comparto.
Attività, per altro, perfettamente in linea con le indicazioni (già sancite nel 2002 durante il vertice mondiale di Johannesburg) delle Nazioni Unite in merito di sviluppo e progresso sostenibile.

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