BURDISSOCAPPONI Yachts & Design: l’intervista
Tra Francesca Burdisso ed Emiliano Capponi, fondatori di BURDISSOCAPPONI Yachts & Design, c’è un equilibrio raro: quello tra visioni complementari che trovano sintesi in un linguaggio coerente. Lui si occupa degli esterni, con un approccio più misurato e legato alla tradizione; lei guida il progetto degli interni, spingendo verso soluzioni più radicali e sperimentali.
Questo dualismo tra continuità e innovazione, tra rigore formale e ricerca, è il motore del loro studio, fondato nel 2018 a Ravenna. A distinguerli è uno sguardo progettuale fresco, capace di interrogare i codici consolidati della nautica e di reinterpretarli alla luce delle trasformazioni contemporanee: dalla sostenibilità ai nuovi materiali, fino al rapporto sempre più fluido tra spazio, funzione e percezione.
Nel 2018 avete fondato insieme BURDISSOCAPPONI Yachts & Design, ma entrambi arrivavate già da importanti riconoscimenti internazionali: Francesca nel 2017 con il Ferretti Yachts 780 agli World Yachts Trophies, ed Emiliano con la Navetta 33 di Custom Line ai Boat International Design & Innovation Awards. Come vi siete incontrati e cosa vi ha spinto a creare questa partnership?
Emiliano Capponi (E.C.): Io sono umbro, quindi “zero mare”. Una bella sfida per uno che, invece, il mare lo ha sempre amato! Dopo un percorso fatto di studi, tirocini e prime esperienze in cantiere, sono approdato a Forlì, nel Centro Stile del Gruppo Ferretti. Lì, io e Francesca abbiamo iniziato quasi subito a metterci alla prova su concept e piccoli concorsi di design al di fuori dell’orario di lavoro.
Francesca Burdisso (F.B.): Cercavamo un modo per lavorare in maniera trasversale, dedicandoci soprattutto a concorsi e pubblicazioni.
Che ruolo svolgevate nel Centro Stile del Gruppo Ferretti?
E.C.: Quello che si fa in un Centro Stile, o almeno in quello del Gruppo Ferretti di allora, è un lavoro di progettazione ma con poca ideazione pura. I progetti arrivavano dall’esterno: i designer fornivano il concept e noi lo rendevamo esecutivo, adattandolo alle problematiche costruttive del cantiere. Al di là del nome, era un ruolo molto tecnico. Noi però sentivamo il desiderio di occuparci della fase embrionale, di esplorare quello che c’era “prima” a livello progettuale. Così ci vedevamo la sera, fuori dal lavoro, per scambiarci idee e progettare. A un certo punto abbiamo capito che era il momento giusto per uscire e provarci davvero. Abbiamo scelto Ravenna perché io ero già fuori sede e l’Umbria non è certo il posto ideale per aprire uno studio di yacht design. Francesca invece è di qui, quindi abbiamo optato per questa zona: una scelta che si è rivelata vincente.
F.B.: In realtà, in azienda ci eravamo già testati sul design “vero”. La gestione del signor Ferretti offriva molte opportunità: lui non accettava mai passivamente i progetti esterni, li ripensava quasi integralmente e noi eravamo le “braccia” che traducevano in realtà quelle intuizioni. Le occasioni non mancavano, ma non c’era mai la nostra visione: eravamo designer finalizzati esclusivamente agli obiettivi aziendali.
Poi è arrivata la crisi del 2008…
F.B.: …e nel Gruppo Ferretti è subentrata la nuova dirigenza con a capo l’avvocato Alberto Galassi. È stato un momento di svolta. In quella prima fase di transizione si è creato un vuoto progettuale, però, i modelli nuovi dovevano uscire e il Centro Stile ha agito come uno studio a tutti gli effetti. In prima persona abbiamo firmato i restyling del Ferretti 780, del 720, dell’850 e la Navetta 33 di Custom Line. Forti del successo riscontrato nel mercato dai modelli appena sviluppati e desiderosi di metterci alla prova in prima persona, ci siamo presentati alla responsabile delle Risorse Umane annunciando che avremmo aperto la nostra attività. È stato un vero salto nel buio: siamo partiti senza un solo cliente.
Quando c’è stata la svolta?
F.B.: I primi tempi sono stati difficili. Poi per fortuna c’è stata la “coincidenza ravennate” con Rosetti Superyachts.
E.C.: Sì, c’è stata una coincidenza con Rosetti, che in quel momento stava sviluppando un 38 metri. L’amministratore delegato era Fulvio Dodich, che aveva già lavorato in Ferretti e poi in Sanlorenzo, ed è anche lui ravennate. L’idea era quella di far crescere Rosetti Marino, che ha come core business l’oil & gas, aprendo un nuovo ramo dedicato ai superyacht, anche perché in quel periodo l’oil & gas era in crisi. Avevano già esperienza nel mondo dei rimorchiatori, quindi il passaggio sembrava possibile. Parliamo di un cantiere enorme, con infrastrutture incredibili. Hanno chiamato Sergio Cutolo di Hydro Tec per gli esterni e noi per gli interni. I clienti erano giovani e avevano richieste interessanti: ad esempio, l’armatrice era vegana e non volevano assolutamente pelle a bordo.
F.B.: Non cercavano il classico mega yacht extra lusso a cui siamo abituati; volevano qualcosa di più pulito e moderno. Ci siamo trovati subito in sintonia con i loro gusti.
E.C.: Anche con i gusti alimentari: ci hanno chiesto una cantina dove poter riporre 160 bottiglie di vino! (ride). E poi al centro un’opera d’arte attorno alla quale si sviluppava la scala, portando la luce naturale dal ponte più alto fino al lower deck. Idee molto chiare, insomma.
F.B.: Sì, gli input sono stati precisi e noi fortunatamente abbiamo centrato il progetto al primo colpo; fin dalla presentazione dei primi rendering erano rimasti colpiti. In realtà eravamo i designer consigliati dal cantiere, quindi per noi era un incontro fondamentale per entrare in sintonia con loro. Ci siamo riusciti ed è stato un bel trampolino di lancio.
Dalla sua consegna nel 2021, la barca ha ottenuto numerosi premi: dai World Superyacht Awards, agli International Yacht & Aviation Awards, fino al titolo di “Revelation of the Year” a Cannes.
F.B.: Sì, Emocean ci ha portato tanta visibilità, anche perché il cantiere ha fatto una grande campagna di stampa. Da lì è tutto venuto in modo naturale. Siamo ancora in una dimensione abbastanza piccola e facciamo pochissimo marketing o scouting: spesso i clienti arrivano tramite passaparola, conoscenze, persone che si trovano bene.

Oggi il vostro portfolio comprende collaborazioni prestigiose: da Pardo Yachts a Ocean King, da VanDutch a Rosetti Superyachts. C’è un progetto, tra i tanti, che riflette meglio di altri il vostro stile?
F.B.: È difficile scegliere. Si dice spesso che il progetto migliore è quello che deve ancora venire. C’è sempre una punta di insoddisfazione. Un progetto nautico è un’avventura lunghissima, richiede anni di sviluppo e una dedizione totale, dalla ricerca tecnica all’interfaccia con gli ingegneri. D’istinto direi il VanDutch 75.
E.C.: Ecco, qui emerge la nostra divisione interna: Francesca è responsabile degli interni, io degli esterni. Siamo diversi, quasi opposti. Io sono più tradizionalista. Mi sento molto vicino alle corde dell’Endurance 72 del Cantiere del Pardo. È una barca rassicurante, dove abbiamo enfatizzato il DNA del cantiere legato alla vela, usando masselli rotondi e molto legno a vista.
F.B.: Io invece sono più radicale ed estrema, per questo preferisco il VanDutch. È stato un progetto di rottura, l’inizio di una nuova era per il brand. Il cantiere ci ha lasciato grande libertà progettuale.

Che differenza c’è, per voi, tra i progetti one-off e lo sviluppo di una gamma?
F.B.: Il lavoro sul mega yacht, come un 38 metri, è molto vicino al mondo dell’edilizia di lusso o del contract: è un’esperienza che si conclude con quel singolo esemplare e si sposta molto sulla parte decorativa. Il progetto della barca in serie, invece, è più vicino alla mentalità dell’automotive. Devi individuare elementi caratterizzanti che possano definire l’identità di un intero brand e che siano declinabili su una gamma futura.

Se poteste scegliere una sfida totalmente nuova, un progetto o una gamma da disegnare da zero, cosa vi piacerebbe fare?
F.B.: Il mio “sogno nel cassetto” è una barca totalmente ecosostenibile. È un’utopia per ora, ma calandola nel reale mi piacerebbe molto lavorare nel mondo della vela, che oggi rappresenta forse la massima espressione di sostenibilità nautica. L’obiettivo sarebbe definire una nuova estetica del lusso, superando un’idea di sfarzo ormai stantia. In questi anni abbiamo sempre cercato un approccio “visionario” e non convenzionale; credo che un progetto green sia il naturale svolgimento del nostro percorso progettuale.
E.C.: Vorrei sperimentare forme diverse che permettano un modo nuovo di confrontarsi con il mare. Oggi la ricerca si concentra ossessivamente sui metri quadri: le poppe — e adesso anche le prue — si allargano, diventano terrazze conviviali; ma la connessione visiva tra l’interno e l’acqua non è ancora perfetta. Mi affascina l’idea di poter stare dentro l’imbarcazione, godendo di tutto il comfort e della protezione che ne derivano, ma restando costantemente affacciato sul mare, senza barriere visive. È questo l’elemento che più di tutti mi stimola a livello progettuale.

Tra i progetti più recenti, c’è Amy 330e, il tender 100% elettrico prodotto da Amare Group, di cui avete curato interni ed esterni. Com’è andata?
E.C.: È stato un lavoro molto interessante. Vorrei continuare a esplorare il linguaggio degli esterni cercando di far capire, a livello stilistico, quando la tecnologia cambia. Faccio un esempio: non mi piace che una moto elettrica conservi la forma del serbatoio tradizionale solo per abitudine, quando dentro ci sono le batterie. Un oggetto tecnicamente nuovo deve avere un linguaggio nuovo, figlio delle risposte che deve dare a quegli elementi diversi. È quello che abbiamo iniziato a fare con i tender di Amy: non volevamo un prodotto tradizionale a cui aggiungere un motore elettrico, ma un segno distintivo che dichiarasse la sua natura. Mi piacerebbe che i miei progetti futuri non avessero un’impronta sempre simile, ma che mutassero ed evolvessero in base alla tecnica che nascondono.

I “material moodboard” che condividete sui social raccontano una parte importante del vostro lavoro. Come si costruisce questa ricerca e quanto incide il dialogo con l’armatore?
F.B.: Sono moodboard reali, legati ai progetti che seguiamo. Teniamo all’onestà progettuale, come alla solidità dei contenuti che pubblichiamo: sono tutte immagini che vengono dal nostro archivio di progetti. Il coinvolgimento dell’armatore varia. Nei progetti di mega yacht, a volte è molto presente, altre volte ci lascia carta bianca. Sono modalità diverse, ma entrambe funzionano. In studio abbiamo anche creato una sorta di “materioteca”, un archivio di materiali in continua crescita: è uno strumento fondamentale e cerchiamo di raccontarlo anche attraverso i social, perché la ricerca materica è una parte centrale del nostro lavoro.
È vero che negli ultimi anni la ricerca sui materiali ha assunto un ruolo crescente?
F.B.: Sicuramente sì. Oggi c’è una disponibilità molto più ampia rispetto al passato: materiali innovativi, superfici nuove, soluzioni che derivano dal recupero e dal riciclo. La componente sostenibile ha dato una grande spinta, anche creativa, e per noi progettisti è uno stimolo continuo.
E.C.: Una volta si lavorava soprattutto con marmi, essenze e laccature. Oggi esiste un’enorme varietà di materiali sintetici e tecnologici che permettono effetti completamente nuovi. Quello che stiamo osservando è che anche il lusso si sta spostando in questa direzione: non più necessariamente pelle o marmo, ma materiali complessi, lavorati, con una forte componente di ricerca.
F.B.: Sì, il mondo del lusso si sta avvicinando sempre di più alla sostenibilità. E anche la nautica, che per anni è stata un po’ indietro rispetto al design internazionale, oggi si sta allineando. Ci sono cantieri come Sanlorenzo che hanno coinvolto grandi nomi del design — da Patricia Urquiola a Missoni, fino ad Antonio Citterio — e questo ha contribuito molto a rinnovare il linguaggio. Oggi gli interni di uno yacht non hanno nulla da invidiare a quelli di un hotel o di un progetto di interior design.
E.C.: È stato un passaggio importante: questi contributi hanno svecchiato un settore che tendeva a ripetersi.
F.B.: Ora la nautica non è più “indietro” rispetto al mondo del design. Anche se alcuni cantieri restano legati a un’estetica più tradizionale, la maggior parte punta tutto sull’innovazione, sia stilistica che tecnologica.
A cosa state lavorando in questo momento?
E.C.: Una buona parte dei progetti non è ancora comunicabile. Possiamo dire però che stiamo lavorando su tutta la gamma dei tender elettrici Amy e la stiamo ampliando verso l’alto con un 3,90 e un 4,20 metri, entrambi molto diversi da quello che si vede oggi nella nautica attuale. Stiamo anche collaborando con un altro gruppo importante su un progetto che va avanti da oltre un anno ed è ormai arrivato alla fase esecutiva. Verrà presentato a Cannes.
F.B.: Sì, questa nuova collaborazione ci sta impegnando parecchio, ma ancora non possiamo parlarne. Possiamo invece raccontare di un refit per un cliente privato ravennate: si tratta di un Magnum, una barca storica. È un intervento molto interessante perché il cliente ha voluto rifarla completamente, svuotandola e ripensando anche la coperta. Di fatto è una barca quasi nuova, con tecnologie aggiornate e una richiesta molto precisa: niente legno, né visivamente né a livello costruttivo, per ottenere un’imbarcazione estremamente leggera e realizzata con materiali innovativi.
E.C.: Stamperemo anche alcune parti in 3D, quindi sarà un progetto molto sperimentale. Gli interni avranno un’estetica quasi da navicella spaziale. Stiamo lavorando anche agli esterni e agli interni di un’altra barca di circa 24 metri, sempre per un cliente privato, ma anche questo progetto per ora non è comunicabile. Continuiamo poi la collaborazione con il Cantiere del Pardo su nuovi progetti. Insomma, il lavoro non manca.
BURDISSOCAPPONI YACHTS & DESIGN
Via di Roma, 117
48121 Ravenna
Tel. +39 346 3093651
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