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Inverno a tutto eging

L’inverno è arrivato e per molti pescatori questa stagione coincide con la messa a terra della propria imbarcazione per il cosiddetto “invernaggio”, costringendo spesso a lunghi periodi di astinenza di pesca dalla barca. In questi casi come fare a ridurre questa crisi da pesca sportiva? Semplice: prendiamo la nostra attrezzatura da pesca e buttiamoci a capofitto in una sessione di pesca da terra con la tecnica che preferiamo.

La migliore in questo periodo? Sicuramente l’eging ai cefalopodi. Vediamo come farla al meglio. Qualcuno ha accantonato tutta l’attrezzatura, pulita ed ingrassata per rispolverarla in primavera inoltrata, mentre altri, gli irriducibili della pesca invernale, hanno riposto canne da traina e da spinning per proseguire con la tecnica regina dei mesi freddi, ovvero l’eging a seppie e calamari. Una tecnica tanto semplice quanto affascinante che sta avvicinando a sé un numero sempre maggiore di appassionati tanto da distoglierli dalle loro più grandi passioni. Prima di tuffarci nel mondo dei calamari, però, abbiamo bisogno di capire, almeno sommariamente, di quale essere vivente stiamo parlando.


RADIOGRAFIA DI UN CALAMARO
I calamari, molluschi cefalopodi, hanno un corpo conico con due pinne laterali di forma triangolare e presentano un pigmento cutaneo superiore che va dal rosa al rossastro con puntini scuri. La testa, dove si trova anche il cervello, è provvista di dieci tentacoli muniti di ventose che il calamaro usa per afferrare le prede. Tra questi tentacoli ne troveremo due più lunghi che vengono usati per essere lanciati sulla preda e portarla verso quelli più corti che si trovano nei pressi della bocca, dotata di becco. I calamari vivono su fondali di diverso genere spaziando dalla roccia al fango con una preferenza per le zone ricoperte di posidonia dove ama cacciare le prede nascoste tra le fronde e il fondale. Durante la fase riproduttiva, che avviene tra l’inverno e la primavera a seconda della zona (escludendo le isole maggiori dove si pescano tutto l’anno), i calamari si avvicinano ai litorali risultando più facili da catturare anche da terra. Sono eccellenti predatori con abitudini prevalentemente notturne nutrendosi principalmente di pesci, crostacei ed altri molluschi. Non di rado, infatti, si è assistito a casi di cannibalismo. Normalmente il calamaro europeo non supera il mezzo metro di lunghezza per un peso di circa mezzo chilogrammo, anche se negli ultimi anni pare che la taglia sia aumentata considerevolmente. Il calamaro si differenzia dal totano, non solo per le dimensioni molto più ristrette, ma anche per una diversa morfologia non proprio facili da notare. Le piccole difformità, infatti, sono identificabili nelle pinne di conformazione diversa, nel colore e nella penna o gladio presente all’interno del tubo. Una differenza evidente, che ci permetterà di capire subito se abbiamo catturato una o l’altra specie, sta proprio nelle pinne: nel calamaro sono più ampie mentre nel totano sono più piccole e formano un triangolo di forma quasi perfetta.

GLI SPOT
La ricerca dello spot, pescando da terra, non è poi così difficile in quanto una qualsiasi banchina o scogliera può regalarci una cattura di tutto rispetto. Nell’eging a seppie e calamari sono di fondamentale importanza gli spostamenti, perché consentono di scandagliare un’ampia fascia di mare e aumentare quindi la percentuale di catture. Se ci troviamo all’interno di un porto o vicino alle case, sarà d’obbligo tentare qualche lancio nello specchio acqueo illuminato dal fascio luminoso di luci e faretti, in quanto nella zona illuminata sarà presente una grande quantità di pesce foraggio, che a sua volta attira i predatori e quindi anche seppie e calamari, che si celeranno nella penombra di scogliere e pontili per sferrare il loro fulmineo attacco a sorpresa e aggiudicarsi la preda. Non di rado capiterà di vedere l’attacco in diretta o di scovare un’ombra che segue la nostra esca e sarà proprio in quel momento che dovremo dare il meglio di noi stessi per invogliare il calamaro o la seppia a mangiare. Altro spot molto apprezzato da chi pratica questa tecnica sono le scogliere a picco sul mare, che presentano un fondale degradante di scogli e posidonia. Anche in questa tipologia di fondale potremo scovare, intenti a cacciare, calamari e seppie di tutto rispetto che metteranno a dura prova la nostra attrezzatura.


IL MOMENTO GIUSTO

Qual è il momento migliore per catturare i calamari? La domanda mi fa un po’ sorridere perché mi riporta di diversi anni indietro, quando io, più che bambino, facevo la fatidica domanda agli esperti pescatori per cercare di imparare a pescare a spinning i calamari, perché una volta si chiamava così prima dell’arrivo dei termini made in Japan. Non vi nego di averne sentite di tutti i colori e con l’esperienza e l’aiuto di qualche vero pescatore sono finalmente riuscito a capire che il “Magic Moment” per l’eging da terra va dal tramonto all’alba con una più alta percentuale di catture nei due cambi di luce, momento in cui sott’acqua si scatena l’inferno. Un altro fattore che influisce non poco sulla cattura di seppie e calamari è la luna che, quando piena, regalerà quella chance in più rispetto alle serate senza luna. Per dare un’idea molto approssimativa di orario per le catture migliori, si va dalle 16 alle 20 della sera per poi riavere il picco dalle 5 alle 8 della mattina.

L’ATTREZZATURA
Se parlassimo di attrezzatura in un articolo di qualche anno fa avremmo potuto scrivere che una qualsiasi canna medio/leggera poteva fare al caso nostro ma oggi, con l’avvento di tutta la tecnologia giapponese e di riflesso con quella italiana, di sicuro possiamo dotarci di un attrezzo creato appositamente per questa tecnica.
Di contro, una canna da spinning leggero potrà sicuramente regalare momenti indimenticabili nella cattura di seppie e calamari. Personalmente, per destreggiarmi agevolmente tra cime e pontili, ho optato per una canna corta, intorno ai due metri e con azione molto bassa, 2-8 grammi, che mi permette di lanciare tranquillamente tra una barca e l’altra e di donare all’esca un effetto più naturale possibile. Nel momento dell’attacco, la canna morbida ha a suo favore il fatto di non strappare o lacerare i tentacoli del calamaro, che risultano essere molto delicati, e assecondare le fughe energiche degli esemplari più potenti. La canna leggera, poi, consente anche di percepire “gli assaggi” che il calamaro fa nella fase di pre attacco, lanciando un tentacolo sulla preda per capirne la consistenza quando non è convinto. Sarà proprio in questi casi che dovremo tirare fuori tutta la nostra abilità per muovere perfettamente l’esca e attendere, da un secondo all’altro, l’attacco del calamaro. Per quanto riguarda mulinello e filo, un buon taglia 3000 caricato con del nanofilo dello 0.08 permetterà di lanciare l’egi a distanze considerevoli senza alcun problema e di scandagliare una fascia più ampia di mare. La scelta dell’egi è sempre un dilemma per il pescatore. Una volta paratosi davanti alla rastrelliera piena di esche dai mille colori, il pescatore deve essere in grado di capire quale sarà la più utile. C’è da dire che l’egi cattura la sua prima preda proprio in negozio, quando il pescatore si trova nella fase decisionale di modello e colore, dove quelli sgargianti saranno i primi ad attrarre lo sguardo incuriosito. Per evitare di perdere ore ed ore nella dura fase di selezione, dotiamoci di una gamma di esche di vario peso e di tonalità accese come l’arancione e il rosa, ma anche colori naturali come l’azzurro, il verde e il nero potranno regalare catture da sogno.

LE VARIANTI NEL RECUPERO
Uno dei metodi migliori di recupero per catturare i calamari è senza ombra di dubbio quello lento e costante, che farà navigare l’egi nei pressi del fondale simulando un pesce che nuota. Questo movimento, impresso dalla nostra mano che agisce sulla manopola del mulinello, permetterà all’esca di scandagliare una fascia molto ampia di fondale e quindi di insidiare non solo i calamari ma anche le seppie che, come noto, amano nascondersi tra le fronde della posidonia o nei pressi delle rocce, a differenza dei calamari che troveremo anche a mezz’acqua. Una volta percepita la toccata della preda non resterà che ferrare dolcemente per assicurare che gli aghi dell’egi penetrino a fondo nei tentacoli e recuperare senza mai fermarsi fino al guadino. Sarà molto importante non interrompere il recupero, in quanto gli aghi presenti nel cestello sono privi di ardiglioni, consentendo la fuga del calamaro nella malaugurata ipotesi di uno stop improvviso del mulinello. Ricordiamoci di assecondare sempre le fughe della preda giocando col polso e facendo lavorare il fusto della canna o concedendo all’occorrenza qualche centimetro di lenza con la frizione del mulinello. Un secondo e proficuo metodo di recupero è il così detto “a scatti”, che imprime all’esca un movimento più veloce con pause ad intermittenza, permettendo così all’egi di posarsi sul fondo. La tecnica è molto semplice: si lancia, si attende qualche secondo in modo da far scendere l’esca in profondità e poi si fa una prima jerkata alzando la canna. L’esca in questo modo salirà velocemente verso l’alto per poi ricadere. Solitamente, nel momento di pausa tra una jerkata e l’altra, si avranno le mangiate delle prede che si avventeranno sull’esca per tentare di mangiarla, rimanendo quindi allamate nella jerkata successiva.

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