Fabio Fantolino: il design trasversale nella nautica
Esordisce nel settore del design nautico nel 2022, curando gli interni dell’Azimut Fly 72. Il suo stile, sobrio e raffinato, oggi caratterizza anche gli ultimi modelli della gamma, il 62 e l’82. Fabio Fantolino, architetto e designer torinese, trasferisce nella nautica l’esperienza maturata in oltre vent’anni di interior design per residenze private e hotel.
La collaborazione con il cantiere di Avigliana segna l’inizio di una nuova fase: un dialogo tra eleganza e funzione, tra lusso e misura, che ridefinisce il modo di abitare il mare. Dalla casa alla barca, Fantolino introduce un linguaggio di assoluta coerenza, con delicati equilibri e ricerca materica.
Dal 2001 al 2022, si è occupato principalmente di interior design per residenze private e hotel. Poi è arrivato il debutto nella nautica. Com’è nata la collaborazione con Azimut Yachts?
Fabio Fantolino: “È nata da una telefonata tra me e Giovanna Vitelli (Presidente del Gruppo Azimut|Benetti n.d.r.), in cui abbiamo iniziato a parlare di visione e design, di lusso e mondo nautico. Penso che Azimut, negli ultimi anni, abbia fatto un grande lavoro di scouting tra architetti e designer provenienti da diversi settori per portare nel mondo della nautica una contaminazione trasversale del design. Quella telefonata è stata interessante perché le ho dato il mio punto di vista, che poi è stato condiviso: negli ultimi anni il design trasversale si è mosso molto velocemente. Con tutti gli strumenti di comunicazione e i social, i trend e gli stilemi cambiano in continuazione, nella moda come nel design. Il mondo della nautica, invece, era rimasto molto indietro. Per chi lo guardava dall’esterno era evidente, anche se chi ne faceva parte lo viveva come una nicchia chiusa, autosufficiente. Quel modo di guardarsi dentro ha funzionato per un po’, ma credo che da una decina d’anni non basti più”.
In che senso il settore era rimasto indietro?
Fabio Fantolino: “Per anni il settore nautico ha vissuto di un’estetica autoreferenziale, quasi una “lobby del design”, con un concetto del lusso molto opulento: si usavano materiali e forme legati a un’idea di ricchezza un po’ datata, in mercati che non avevano ancora digerito il design internazionale. Per molto tempo, però, ha funzionato. Gli armatori — di solito abituati a vivere esperienze di design nella propria casa, negli hotel, nei negozi — non ritrovavano quella stessa sensibilità a bordo della propria barca. Azimut ha deciso di colmare questo gap portando designer di altri mondi all’interno della nautica. È stato un passaggio fondamentale perché ha stimolato tutto il settore. Le imbarcazioni, fino a poco tempo fa, erano molto simili tra loro, e anche un po’ vecchie come linguaggio, materiali e forme. Con questa apertura invece si è potuto dare una nuova identità agli interni, più coerente con il design contemporaneo”.
Ha accennato al rapporto tra lusso e design. Come lo interpreta?
Fabio Fantolino: “Il lusso, storicamente, è stato sinonimo di opulenza: materiali lucidi, marmi, laccature, elementi che appagano l’occhio. Ma il design guarda spesso a questo mondo con diffidenza, perché il lusso tende a essere ostentato, mentre il design è cultura, equilibrio, misura. Noi stiamo lavorando per unire questi due mondi: trasformare il lusso in eleganza, il focal point in progetto coerente, il percepito di ricchezza in raffinatezza. Il nostro lavoro con Azimut va proprio in questa direzione”.
Come si traduce questa idea a bordo della linea Fly di Azimut?
Fabio Fantolino: “Abbiamo cercato di creare un progetto coerente, elegante e con contenuti reali. “Contenuti” nel nostro lavoro significa “ricerca”: ogni pezzo che mettiamo in un progetto — una lampada, una sedia, un tavolo — è frutto di una ricerca profonda. Poi c’è l’equilibrio tra i materiali. Distinguiamo sempre tra quelli riflettenti e assorbenti: vetro, acciaio, marmo, specchio da una parte; legno, tessuti, moquette dall’altra. Se si esagera con i primi, l’ambiente diventa freddo; se si esagera con i secondi, diventa “impastato”. In uno yacht, dove gli spazi sono piccoli, questo equilibrio è ancora più importante. E poi c’è sempre un concetto di “protagonisti e comparse”. Tutti gli elementi devono collaborare al progetto generale, ma bisogna capire chi ha il ruolo principale”.

Chi è il protagonista a bordo dell’ultimo modello, l’Azimut Fly 82?
Fabio Fantolino: “Nel main deck dell’82, il soggetto principale è la zona dining. Appena si entra si percepisce subito questa scenografia, con il tavolo, la luce e la parete. La parete è in vetro retroverniciato color bronzo, arricchita da bacchette di legno; il tavolo è in marmo Botticino opaco e le sedie sono completamente imbottite, poggiate su una moquette. I materiali freddi — vetro e marmo — sono bilanciati da materiali caldi e morbidi. Sopra il tavolo c’è una lampada che abbiamo disegnato noi, la “ciliegina” della scenografia: è un elemento ricercato, scelto dopo settimane di lavoro, come tutti i corpi illuminanti a bordo”.
Che sensazione vuole trasmettere questo ambiente?
Fabio Fantolino: “Quando si entra nel main deck dell’82, si percepisce subito una sensazione di benessere e accoglienza. Tutti gli equilibri di materiali e proporzioni sono rispettati, e si sente. È uno spazio piacevole, in cui si ha voglia di restare. Le vetrate sono ampie, la zona divani è ampia, con poltrone disegnate da noi e prodotte da Potocco.
Un altro elemento che caratterizza il nostro lavoro è il gioco di contrasti: linee curve accostate a tagli netti e rigorosi, materiali freddi e caldi messi in dialogo. Queste contrapposizioni, se ben dosate, creano personalità. Credo che l’ammiraglia, l’Azimut 82, lo rappresenti molto bene: un equilibrio tra forza e delicatezza, tra lusso ed eleganza”.

Prima parlava dei principi che ha portato dal residenziale alla nautica. Ci sono altre differenze sostanziali tra i due mondi, oltre alla necessità di dosare gli equilibri tra superfici riflettenti e assorbenti?
Assolutamente sì. La differenza più grande è che, nel residenziale, hai i muri — in laterizio, in cartongesso, in cemento — e puoi decidere se rivestirli o meno. Puoi lasciarli “nudi”, decorarli, aggiungere boiserie, ma non sei obbligato a farlo. Sulle barche invece no: ogni superficie deve essere rivestita. Non puoi lasciare una parete bianca in vetroresina verniciata. Questo significa che bisogna curare ogni centimetro, dal cielino alle pareti, perché tutto è materiale e tutto concorre all’insieme. La difficoltà principale è proprio questa: trovare materiali che alleggeriscano, per dare respiro ai materiali protagonisti. Se metti del legno su una parete decorata, è facile; ma se lo accosti a pelle, stoffa e pannelli laccati, rischi di creare confusione. E questo è uno degli aspetti più complessi da gestire nel design nautico.
Ad aver segnato il suo debutto nella nautica è l’Azimut Fly 72. Come descriverebbe il dialogo creativo che si è instaurato con il cantiere?
Azimut ha saputo accogliere architetti e designer trasversali, mettendo a disposizione tutto il suo sapere e la sua cultura nautica, attraverso figure tecniche competenti e molto rispettose del nostro linguaggio, che hanno esaltato la nostra creatività. All’inizio abbiamo dovuto imparare tanto: ci hanno trasferito tutte le competenze tecniche necessarie per capire il mondo nautico, e sono stati bravissimi a farlo.
Si è creato subito un buon rapporto anche con Alberto Mancini, che firma gli esterni della serie Fly?
Sì, assolutamente. Con Alberto abbiamo un ottimo rapporto e una grande stima reciproca. È diventato anche un amico. Il suo lavoro sugli esterni è sempre molto attuale: noi riceviamo da lui le matematiche, i 3D, e poi lavoriamo su tutto ciò che riguarda l’interior e il layout, ma anche alcune aree esterne come il pozzetto, la prua, il fly. Siamo sempre contenti di progettare gli interni di una barca disegnata da lui: trovo che sia uno dei designer più contemporanei del mondo nautico.
Azimut Yachts è un brand globale, presente in oltre 80 Paesi con una rete di 138 dealer ufficiali e armatori in tutto il mondo. Come si progetta un ambiente capace di dialogare con culture ed esigenze così diverse?
È una delle difficoltà maggiori. Quando progetti una casa o un hotel, lavori per un luogo preciso, con un committente e un contesto culturale specifici. Uno yacht, invece, è ovunque: deve piacere a clienti europei, americani, asiatici, arabi. Quindi il design deve essere trasversale. Come dice spesso Giovanna Vitelli, bisogna evitare di essere “divisivi”: un progetto non deve risultare eccessivo in una direzione o nell’altra. Noi conosciamo bene le diverse culture del design — lo dobbiamo al fatto che facciamo anche molto prodotto, dai divani alle sedie per aziende internazionali — e questo ci aiuta a capire come bilanciare le differenze. I mercati arabi, ad esempio, vogliono più lusso e meno design; quelli europei, il contrario. Noi cerchiamo di trovare un punto d’incontro, un linguaggio che possa piacere a tutti, pur restando coerente. E la linea Fly è quella in cui questo esercizio è più necessario: non è una barca sportiva né una barca classica, quindi deve riuscire a parlare a tutti.
Tra i tre progetti che avete curato per Azimut, ce n’è uno a cui è particolarmente legato?
L’82 è il progetto che ci rappresenta di più. Le proporzioni ampie ci hanno permesso di esprimerci meglio, di portare a bordo la nostra idea di eleganza. La soddisfazione più grande è aver trasformato il concetto di lusso in un progetto coerente. Non è più una somma di elementi costosi, ma un insieme equilibrato che restituisce eleganza e raffinatezza.
Un dettaglio che ci rende particolarmente fieri e contenti è il mobile della master cabin: è una parete molto lunga, lineare e pulita, su cui abbiamo appoggiato una “lingua” di marmo curva. All’interno di quell’oggetto convivono contrasti che generano il percepito di preziosità, dato dal marmo e dalle finiture lucide, e il percepito di contemporaneità, che nasce invece dalla pulizia delle linee e dall’equilibrio delle proporzioni. C’è il dialogo tra linee nette e forme morbide, tra materiali freddi e caldi, tra superfici respingenti e accoglienti. È proprio da questo equilibrio che nasce l’eleganza, e secondo noi lì si riassume tutto il concetto del lavoro che stiamo portando avanti con Azimut.

Qual è stato invece il progetto più complesso?
L’Azimut 72, essendo il primo, è stato più impegnativo. Il più difficile, però, è stato il 62, perché lavorare su spazi piccoli è complicato: incidere con il design in un ambiente ristretto è un esercizio complesso.
Ci sono altri progetti all’orizzonte con Azimut o con nuovi partner del mondo nautico?
In questo momento lavoriamo solo con Azimut, che è molto attenta e giustamente riservata con i suoi designer. Abbiamo già un nuovo progetto in corso, ma non posso ancora parlarne.
Sicuramente i mega yacht sono un’esperienza che ci manca e che vorremmo affrontare presto: al momento stiamo valutando come espandere i nostri progetti in questa direzione. Anche i progetti custom sono molto interessanti: paradossalmente sono più semplici da gestire, perché quando si ha un committente unico non bisogna mediare tra culture diverse, ma ci si concentra su un singolo progetto, con un rapporto più diretto e stretto.
Come evolverà il suo linguaggio nel design nautico?
Ogni progetto è un’evoluzione del precedente. Il design, come noi, si trasforma nel tempo: più conosci, più cresci, più riesci a raffinare. Detto questo, credo che la nautica non sia ancora il luogo dove nascono i trend: li deve prima assorbire. I clienti devono vedere i nuovi linguaggi negli hotel, nei ristoranti, nell’arredamento, e solo dopo ritrovarli a bordo. Per questo gli yacht devono evolvere lentamente, accompagnando il movimento del design, non anticipandolo. Quindi sì, ci sarà sempre un’evoluzione, ma dentro una cifra stilistica coerente, che lega tutti i nostri progetti.
Come immagina il mondo degli yacht nel futuro a medio termine?
Dal punto di vista tecnologico, vedo un’evoluzione continua — sicurezza, sostenibilità, automazione — e Azimut è molto attenta a tutto questo. In termini di estetica, invece, la nautica si avvicinerà sempre di più al mondo del design trasversale. Questa distanza si assottiglierà: se il design andrà verso un linguaggio più green, ci arriveranno anche gli yacht; se il design punterà su spazi dilatati o minimalismo, la nautica seguirà. Non credo che perderà la sua dimensione di nicchia, ma sarà sempre più connessa con il resto del mondo del design.
FABIO FANTOLINO
www.fabiofantolino.com




