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Alberto Mancini, il garbo dei superyacht: l’intervista

Trascorreva le estati a bordo del ketch di famiglia, tanto che di sé dice di avere “il sale nelle vene”. Giovane e talentuoso, con il suo stile essenziale e pulito ha conquistato la fama internazionale nel mondo dello yacht design. Dopo aver collaborato con i più prestigiosi studi italiani, nel 2009 Alberto Mancini ha fondato “AM Yacht Design” con sede prima a Trieste, poi a Monaco.

Overmarine, Baglietto, Fairline Yachts, Magnum Marine, Otam, Revolver e Azimut Yachts sono solo alcuni dei cantieri per i quali oggi progetta superyacht dal profilo equilibrato, impeccabili nella distribuzione degli spazi e innovativi nei contenuti. In questa intervista ci racconta della sua carriera, dei trend contemporanei del design e del suo amore per la vela, che ha finito per dare forma ai suoi progetti.

Ormai è sulla cresta dell’onda: lo scorso anno, agli World Yacht Trophies, il Mangusta Gran Sport 45 è stato premiato per il miglior exterior design. Ha inoltre disegnato anche le linee esterne dell’ammiraglia della linea S di Azimut, l’Azimut Grande S10, che ha stupito molto per i contenuti tecnologici.

Azimut Grande S10
Alberto Mancini ha disegnato le linee esterne dell’Azimut Grande S10, mentre Francesco Guida ha curato gli interni

Ma quali sono le innovazioni introdotte a bordo?

L’Azimut Grande S10 è un progetto importante perché ha rivoluzionato il layout classico degli open con una metratura intorno ai 30 metri. È uno yacht sportivo, ma in grado di accontentare facilmente anche chi è abituato ai modelli Flybridge. La sua peculiarità è il layout: il pozzetto è diviso su due livelli, con una scala centrale di accesso al fly, che ha dimensioni considerevoli per un open, perché è di 25 mq. Il pozzetto, in particolare, è ispirato ai megasailer. Ovviamente non siamo andati a mettere i timoni come sulle barche a vela, ma abbiamo creato una vera e propria terrazza arredabile a piacere dall’armatore. A tutto baglio un portellone crea un ulteriore livello sul mare. L’architettura ricorda quella di una villa, con più decking uno accanto all’altro che digradano sul mare. Oltre a questo concetto fondamentale, che ha segnato in fase embrionale lo sviluppo del progetto, una grande innovazione è rappresentata dall’uso della fibra di carbonio. Abbiamo studiato anche l’illuminazione, ispirata al car design, che conferisce un look moderno e sportivo a questo yacht. Nondimeno le potenze laterali, che io chiamo “pinne”, lunghe 5 metri e interamente in carbonio, danno dinamismo e sportività all’intera barca.

Mangusta Oceano 42 di Overmarine Group
Alcuni dettagli del Mangusta Oceano 42 di Overmarine Group, una nave di oltre 40 metri

Su quale progetto sta lavorando attualmente?

Stiamo lavorando su diversi progetti, purtroppo non posso andare nel dettaglio. Collaboro principalmente con Overmarine Mangusta, Azimut e Fairline, marchi che tendono a rinnovare continuamente la propria gamma e a guardare sempre al futuro.

Dopo aver operato a lungo in Italia, a Trieste, ha recentemente deciso di trasferirsi nel Principato di Monaco. Quanto ha influenzato la sua carriera questa scelta?

Logisticamente parlando, mi ha portato ad un miglioramento sotto tutti i punti di vista. Monaco è un porto dove, tra yacht e megayacht, vedo di tutto e di più. Sicuramente questa scelta ha influenzato il mio modo di disegnare e di rapportarmi ad un megayacht. Guardare fuori dalla finestra è un allenamento creativo: vedo giornalmente in prima persona cosa c’è adesso nel mercato, cosa andrebbe fatto meglio, come gli equipaggi gestiscono gli yacht. Mi capita spesso di notare gli errori nel design e nell’estetica di queste navi.

Fairline Targa 63 GTO
Il Fairline Targa 63 GTO è uno yacht sportivo di 20 metri
dalle linee eleganti e pulite

Quindi quali caratteristiche deve avere una barca per essere una bella barca?

Bella domanda! Qui entrano in gioco convinzioni soggettive, opinioni personali. Io sono un amante della barca a vela. Vedo la classe in acqua esclusivamente nella vela, nei grandi megasailer. Mi piace la purezza di navigare senza motore. Anche negli armatori si vede un approccio diverso: cercano qualcosa di più essenziale, di più pulito. Chiaramente il motoryacht fa da padrone: non dico che sia il 100% del mercato, ma quasi. Trovo invece interessante un mix delle due versioni. Per me per creare la bellezza in acqua servono un’architettura coerente e linee pulite. La barca deve essere essenziale: a volte si cade nell’errore di realizzare un design ridondante, barocco, come se si stessero disegnando castelli o palazzi. Ma non si può criticare la stravaganza di altri designer, perché sono gusti diversi. Dalla vela possiamo prendere la purezza delle linee, poi però per fare un bel motoryacht, che non sfrutta la spinta del vento e ha altre esigenze, serve qualcosa di più personale: dipende da come il designer pensa la barca sulla carta. Per me la barca bella presenta meno linee possibile, ha delle belle vetrate trasparenti e – questo è fondamentale – è coerente nel rapporto tra interni ed esterni. Ci sono barche con esterni strepitosi, ma che all’interno ti danno la sensazione di essere murato vivo, così come ci sono barche che negli interni ricordano le ville sul mare, con grandi vetrate, grandi terrazze, ma poi all’esterno sono inguardabili. Non è facile realizzare una barca che sia vivibile all’interno e bella all’esterno.

Lei è un appassionato di vela che disegna superyacht. Si chiede mai come sarebbe stata la sua carriera se fosse diventato un designer di yacht a vela?

Sì. Sarebbe stato però molto più difficile, perché il mercato è più complesso. Avrei ottenuto molte meno soddisfazioni, semplicemente perché avrei avuto molte meno commesse. Purtroppo oggi gli armatori acquistano barche a motore, forse le famiglie non tramandano più la passione per la vela, non so, ci riflettevo qualche giorno fa. Faccio un esempio: ero a Saint Tropez, su 200 barche almeno 175 erano a motore. Nelle baie più belle del Mar Mediterraneo, ormai la percentuale di barche a motore è del 90%. In altre zone magari è diverso, ma è comunque un dato che fa pensare. Anche i grandi cantieri di barche a vela e megasailer navigano in acque difficili e sono in procinto di farsi acquistare da altre società. Io mi chiedo proprio questo: perché gli armatori non hanno più voglia di andare a vela? È una cultura che non si tramanda più? Perché non si diventa velisti dal nulla. Anche l’armatore che vuole la barca a vela a un certo punto dice: “Faccio prima a comprarmi la barca a motore per spostarmi da A a B e vivere il mare”.

Alberto Mancini
Alberto Mancini nasce a Trieste nel 1978. La sua formazione accademica è allo IED di Torino, principalmente nel settore dell’automotive, caratteristica che ha dato quel tratto in più al suo modo di disegnare e realizzare barche per il diporto

Quale consiglio darebbe a chi intende intraprendere la carriera dello yacht designer?

Di non limitarsi a cercare la scuola migliore, ma di rendersi anche autodidatta: è bene imparare a usare in autonomia i software di oggi. Gli consiglierei anche di cimentarsi il prima possibile in uno studio, senza gettare al vento troppi soldi per master e corsi, che alla fine insegnano molto meno. Secondo me, sei mesi di tirocinio in uno studio valgono più di un anno di master. Stiamo parlando di design: oltre allo studio, serve la pratica. Se un ingegnere sbaglia a costruire una barca, la barca affonda e l’ingegnere passa i guai; se un designer fa una barca brutta, il peggio che può succedere è che l’armatore la rifiuti o che il cantiere cambi designer. Noi siamo come degli artisti chiamati a fare una scultura.

ALBERTO MANCINI YACHT DESIGN
www.amyachtdesign.com

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