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Fuochi d’artificio: perché l’esca artificiale può essere decisiva

esca artificiale“Stupido come un pesce!!!” Quest’espressione che spesso si usa nel linguaggio comune non rappresenta la realtà, anzi… I pesci sono dotati di un buon sistema encefalico arricchito da tantissimi recettori sensoriali, spesso però quando la ricerca del cibo si fa estenuante ed il corpo ha bisogno di energia vitale per il movimento, il sistema sensoriale va in tilt ed il pesce sia per l’istinto che per l’innata curiosità di alcune specie viene beffato dall’ingegno dell’uomo che utilizza dei veri e propri artifizi per catturare le prede ambite.

L’esca artificiale nella storia

Già nel 1800 A.C. nel Mar Egeo, i naviganti e pescatori facevano uso di esche finte per la cattura dei pesci pelagici, grazie ad uncini ricurvi simili ad ami, ma senza ardiglione, e a delle piastre di metallo che luccicavano,  forse il primo antenato degli odierni cucchiaini.
Le prime “riviste” di pesca che sono arrivate a noi risalgono circa al 180 A.C.: Halieutica, cosi si chiamava il trattato di Oppiano, riporta le maggiori tecniche utilizzate nel corso dei secoli, ed un capitolo è dedicato proprio agli artificiali.
Piastre metalliche però non erano le uniche esche finte o artificiali, ancora possiamo leggere di piume di uccelli o di galline, pezzettini di lana o  tessuti spesso di colore rosso, o delle riproduzioni in legno di insetti con tanto di colori ed appendici varie.
L’uomo quindi è a conoscenza dell’istinto predatorio dei pesci da diverso tempo e quindi la ragione ci ha portato a trovare sistemi sempre più diversi per rappresentare le esche con stratagemmi sempre diversi.

Gli artificiali, sfida ancora aperta

L’esca perfetta?
Non prendiamoci in giro…non esiste e mai esisterà, la pesca sportiva ha comunque  delle solide basi scientifiche. Minnow, cucchiaini, rapala, nils, mars sono soltanto delle riproduzioni quanto mai più simili ad esche naturali e quindi sono delle sostituzioni all’esca naturale. E’ normale, se il pesce sapesse che quella preda non è commestibile ma è fatta di silicone o altri materiali compositi non l’attaccherebbe.

Ma il trucco dell’esca artificiale sta proprio nel richiamare l’attenzione del pesce, mettere in funzione il suo istinto predatorio per far si che il pesce attacchi l’esca e rimanga imprigionato all’amo o alle ancorette che fanno capo all’artificiale. La sfida dei produttori di artificiali è quella di dare all’esca una sembianza più veritiera possibile, rendendola sempre più simile a qualcosa di vivo. Colori veritieri, forme idrodinamiche ed il giusto movimento creano un mix micidiale per la cattura delle prede con le esche finte.

Gli artificiali stimolano i sistemi sensoriali dei pesci, quasi tutti gli artificiali  in acqua sono in grado di richiamare l’attenzione del pesce provocando dei rumori, avvertiti e interpretati dall’orecchio e dalla linea laterale come un possibile preda/predatore. La linea laterale della maggior parte delle specie ittiche raggiunge frequenze sino a circa 3000-3200 hertz, motivo per cui molti artificiali portano sul “corpo” dell’esca dei componenti in grado di emettere dei suoni ad alta frequenza. Questi suoni sono in grado di attirare la curiosità del pesce, spesso comunque è importantissimo imprimere il giusto movimento all’esca artificiale per far si che i suoni risultino “appetibili” alla preda e non il contrario, con risultati piuttosto magri. Questo ci spiega che per richiamare l’attenzione del pesce è importantissimo che il pesce “senta” bene la preda, ma anche la vista dell’artificiale deve risvegliare l’appetito della preda.

Giuste dimensioni, colori accattivanti e l’emissione di colori, luci o luccichii fanno poi da nastro per confezionare il nostro “dono”. Diversi studi possono confermare che molte prede sono attratte da alcuni colori: un moronide come la spigola predilige i colori chiari, invece i tonni preferiscono artificiali più scuri, però in linea di massima possiamo basarci su di un sistema che nel tempo ha dato sempre i suoi risultati: con acque torbide è consigliato utilizzare un’esca artificiale di tonalità chiare e viceversa. Se invece il cielo è nuvoloso spesso è bene sfruttare le tonalità scure di diversi artificiali, per confondere la preda. La pesca comunque è filosofia, ricerca, conoscenza. Non basta avere canne e mulinelli in cantina per definirsi pescatori. Quindi la ricerca dell’esca non dipende soltanto dai gusti del pesce o dalle condizioni meteo della giornata. Molteplici sono i parametri da valutare e se al termine della giornata di pesca il nostro bottino sarà cospicuo allora le nostre intuizioni saranno state corrette.

Artificiali e tecniche

Gli artificiali oramai sono impiegati nella maggior parte delle tecniche di pesca in mare, vengono utilizzate nella traina costiera, dove si utilizzano in particolare piumette, cucchiaini, minnow, teste piombate e polpetti.
Nella traina pesante invece vengono utilizzati popper, plug, pesci finti, calamara ect.
Ancora vengono utilizzati nella pesche di moderna evoluzione come il vertical jogging o l’inchiku, nella pesca ai calamari e alle seppie.
Hanno quindi un ampio range di utilizzo. Ma hanno un grande utilizzo nella pesca a spinning in acque dolci indirizzata a trote black-bass, cavedani lucci e altri predatori.

Spinning

Lo spinning è una tecnica di pesca effettuata lanciando e recuperando l’esca artificiale. Questa è una tecnica che si può praticare da terra, su moli scogliere o spiagge, ma che negli ultimi anni ha subito una evoluzione e viene spesso praticata anche dai barcaioli. Mulinelli e canne devono essere sempre all’altezza, devono permetterci di lavorare in maniera molto fluida nei lanci e nei recuperi, ma devono essere molto robusti perché le prede dello spinning possono avere dimensioni considerevoli.
L’utilizzo di artificiali diversi ci permetterà catture molto diverse tra di loro. Le prede per eccellenza dello spinning da terra sono la spigola ed il pesce serra. Lo spinning praticato dalla barca invece può darci delle sorprese, oltre alla cattura di spigole e serra possono essere catturati pesci pelagici come ricciole o lampughe.

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