Una bianca dagli occhi verdi: la cernia
Se possiamo dire di essere già generalmente attratti dai pesci, così come dagli occhi verdi, il connubio di entrambi, come nel caso della cernia bianca, non può che farci innamorare in maniera particolare… Se poi aggiungiamo che è quasi “un’esclusiva” del Sud Italia, questo pesce assume un fascino tutto suo!
Pesce vorace e combattivo, che una volta allamato mette a dura prova attrezzatura e pescatore, con le sue partenze per cercare di guadagnare la tana. Tana dalla quale, in realtà, con un pizzico di pazienza e di fortuna, non è raro riuscire a tirarlo fuori, a differenza della sua parente stretta, la cernia bruna, sulla quale una volta intanata è davvero difficile riuscire ad avere la meglio. Ciò è dovuto principalmente al fatto che la bianca e la bruna non condividono proprio lo stesso habitat: mentre la seconda predilige tunnel nella roccia o nelle grotte, la prima sceglie come tana principalmente buche in ambienti sabbiosi o fangosi. Quindi che sia una caduta di roccia sulla sabbia, un tripode antistrascico o il tubo di una condotta sottomarina, la cernia bianca potrebbe decidere di stabilircisi, scavando la sabbia ad hoc, se necessario, per creare il suo riparo.
Parlando di traina, a seconda dello spot di pesca — che può essere molto piccolo, come una pietra isolata sul fango, o più esteso, come nel caso di un costone di roccia, o addirittura suddiviso in tanti spot isolati a distanza ravvicinata — potrebbe convenire provare ad insidiarle a traina col vivo o con gli artificiali.

LA CERNIA BIANCA A TRAINA COL VIVO
La bassa velocità di navigazione che impone questa tecnica di sicuro non la rende adatta a una zona di pesca che prevede una notevole distanza tra i vari spot; converrebbe invece sceglierla laddove un’ampia area sia interamente pescabile, in modo da ridurre al minimo i tempi morti. In alternativa si potrebbe pensare di calare l’esca in prossimità di un waypoint, passato il quale, recuperarla e spostarsi a velocità sostenuta verso il prossimo punto.
In ogni caso è bene che l’esca nuoti vicino al fondo, quindi sarà importante arrivare nel punto X con la lenza già stesa e perfettamente in pesca, senza tralasciare il fatto che spesso la cernia bianca non si trova nella sua tana, ma anche a decine di metri di distanza, da sola sul fango.
Tra le esche migliori non possiamo non considerare il calamaro, anche se la seppia ha una certa attrattività su questo pesce, forse proprio per via del fatto che condividono lo stesso habitat. Anche i pesci come sauri, sgombri e tracine risultano molto attrattivi: si tratta pur sempre di un grosso predatore, molto territoriale nei confronti della sua zona di caccia, quindi qualsiasi forma di vita si trovi a passare nel suo raggio d’azione non avrà vita facile. L’attacco è fulmineo e, se non contrastato immediatamente, rischia di procedere con una potente fuga fino al raggiungimento della tana. Per questo sarebbe preferibile usare canne e mulinelli non inferiori alle 10 libbre, e preterminali non lunghissimi, nell’ordine dei 6-8 metri di 0,50-60. Come shock leader non scenderemo sotto uno 0,60 mm. Dal momento che la cernia attaccherà aspirando l’esca, spesso resterà allamata sull’amo trainante, e per questo motivo potrebbe risultare fondamentale che anche quest’ultimo sia di misura generosa.
CON GLI ARTIFICIALI
La traina di fondo con artificiali può essere praticata con il monel, con l’affondatore di tipo downrigger o con una piombatura frazionata.
- Il monel è un filo “zavorrato” che permette di raggiungere profondità senza l’aggiunta di ulteriori piombi, a discapito della quantità di filo che andremo a calare in mare, che sarà molto elevata, e della sensibilità, che risulterà praticamente nulla.
- Il downrigger è un affondatore di tipo elettrico o manuale, che funziona tramite un’apposita pinza a sgancio, con la quale collegheremo la nostra lenza a un peso da 2 ai 7 kg da calare alla profondità desiderata. Questa tecnica ha il vantaggio di lasciare la lenza libera da piombi dopo lo strike, così da avere un combattimento diretto.
- Con la piombatura frazionata, invece, l’affondamento del nostro artificiale avverrà tramite l’applicazione di 4 o 5 piombi disposti lungo la nostra lenza madre. Useremo dei piombi muniti di pinze a sgancio, da collegare sul nostro trecciato, tramite appositi stopper creati preventivamente, durante la fase di discesa del nostro artificiale, distanziandoli di circa 15 metri l’uno dall’altro. Un sistema pescante standard con 5 piombi dal peso complessivo di 1 kg, applicati su un trecciato da 30 lb con un terminale da 15 m in fluorocarbon dello 0,50 mm circa, ci permetterà di stare in pesca su una batimetrica prossima ai 30 metri mantenendo una velocità compresa tra i 3 e i 3,2 nodi.
Sebbene tutte le nostre attenzioni siano rivolte alla scelta dell’artificiale, per avere ottimi risultati, ma soprattutto evitare frequenti incagli, è fondamentale invece concentrarsi prima di tutto su un giusto assetto di pesca. A tal proposito, risulterà fondamentale effettuare alcune prove preventive su fondali sabbiosi, osservando la vetta della nostra canna per capire quando l’artificiale starà arando il fondo, e memorizzare i parametri relativi a velocità, filo in mare e piombatura al fine di mantenere qualche metro di distanza dal fondo quando ci sposteremo su spot rocciosi o con Posidonia.
La scelta dell’artificiale è molto soggettiva, ma di base andremo ad utilizzare esche dalle dimensioni generose, comprese tra i 15 e i 18 cm. A seconda delle condizioni, ma anche del gusto personale, si potrà puntare su tinte naturali per imitare un pesce esca o virare bruscamente su toni decisamente sgargianti e “nuovi” all’occhio del pesce.
UNA TANA, DOVE NON CI SONO TANE
Chi ha praticato la pesca subacquea o in generale le immersioni, sa benissimo che la conoscenza dei fondali rappresenta un enorme vantaggio anche durante la pesca di superficie. Ad esempio, un pescatore che non ha mai messo la testa sott’acqua non potrebbe mai immaginare che una cernia bianca sia capace di scavare una tana nel fango, in mancanza di strutture rocciose sotto le quali ripararsi. Ed è stato proprio il noto pescasub Giuseppe Tortorella a scoprire e filmare una vera e propria galleria sotterranea, lunga circa 6 metri, all’interno della quale si nascondeva una cernia bianca di quasi 20 kg. Una scoperta resa ancora più bella dal fatto che quella cernia è ancora viva, protetta dalla sua tana scavata con chissà quanta fatica.

L’esperienza, l’enorme coscienza e l’amore per il mare del pescatore in questione hanno prevalso sul suo istinto di cacciatore: Giuseppe Tortorella ha rinunciato alla cattura per i rischi legati al possibile crollo del “ponte” di fango (alto circa 1,5 metri) in fase di estrazione della cernia, che avrebbe determinato l’insabbiamento del pesce, rendendone impossibile il recupero.




