Il Dentex gibbosus, lo sparide più maestoso del Mediterraneo
Il dentice corazziere è sicuramente lo sparide più maestoso e potente presente nei fondali del Mediterraneo meridionale. Prende il suo nome scientifico, Dentex gibbosus, dalla caratteristica escrescenza ossea frontale, la “gobbosità”, tipica dei grandi maschi.
I piccoli esemplari, a differenza degli adulti, hanno una caratteristica pinna dorsale molto sviluppata in lunghezza, che invece si normalizza con l’età adulta. I colori per gli esemplari giovani sono tipici del pagro, mentre mutano in età adulta in un mix spettacolare, con differenti tonalità: rosa, rossastro, grigio, bianco, rosso, oro e azzurro.
Pesce molto poderoso e resistente, il Dentex gibbosus può arrivare a superare i 20 kg, anche se ha un livello di accrescimento molto lento, visto che gli esemplari di 90 centimetri di lunghezza hanno circa 16 anni di vita. Per questa ragione si consiglia vivamente di rilasciare in mare gli esemplari piccoli, del peso sotto i 3,5 kg, ed evitare tassativamente la pesca nei periodi del montone e di riproduzione che, generalmente, durano da inizio marzo a metà giugno.
È difficile incontrarlo sulle latitudini del Centro-Nord della penisola, mentre è molto presente nei mari della Sicilia e Calabria. Sulle coste della regione Campania è possibile avere qualche incontro con questo stupendo sparide in alcune specifiche zone. Molto diffuso in Atlantico lungo le coste dell’Angola, delle Canarie, dove viene chiamato “Sama”, e del Nordafrica.

IL DENTEX GIBBOSUS: DOVE CERCARLO
È uno sparide molto diffidente che ama gli spot tranquilli molto profondi e poco disturbati. Difficile trovarlo nei dintorni delle note secche, dove c’è una forte presenza di altri predatori, come ad esempio suo cugino, il Dentex dentex.
Di solito predilige fondali fangosi profondi, spesso anche sopra i 90-100 metri, in prossimità di conformazioni coralligene o piccole pietre sparse che richiamano sempre un po’ di pesce foraggio.
Una volta individuata la zona di stazionamento e di caccia, è necessario limitare il prelievo a un unico esemplare adulto di Dentex gibbosus, in modo da non creare problemi alla colonia ed evitare di compromettere i futuri cicli di riproduzione del branco.
Per aumentare la probabilità di incontro con questo sparide, il primo passo è dotarsi di un ottimo ecoscandaglio con una sonda potente “all-in-one” (del tipo GT51 della Garmin) che ci consente di scandagliare il fondale con una vista laterale (con la funzionalità SideVü) su fondali anche sopra i 100 metri di profondità. Per cercare il Dentex gibbosus, in particolare negli spot dove c’è minore diffusione come in Campania, dobbiamo investire molto tempo e scandagliare diverse decine di miglia di mare al giorno.
La fase di ricerca di nuovi spot, che a molti può sembrare tediosa, risulta invece altamente strategica in quanto può rendere il pescatore più completo e consapevole nel momento in cui si immerge a pieno nella nuova veste di esploratore delle vastità del mare. Ricercare questi spot diventa un’esperienza molto emozionante, con l’adrenalina che può salire alle stelle, proprio quando si scorge sul SideVü del nostro chartplotter ad una distanza laterale di 200 metri dalla nostra barca e una profondità anche superiore ai 100 metri, una piccola conformazione rocciosa. In quel momento si fantasticano ipotetiche catture memorabili, come se potessimo scoprire un’oasi nel deserto o una pepita d’oro in fondo al fiume. Ma non bisogna subito esaltarsi perché le nuove zone, trovate in mezzo al fango, non sempre sono ricche di pesce foraggio.
Il consiglio è sempre quello di effettuare alcune prove di monitoraggio dello spot per capire se può essere l’habitat ideale del maestoso corazziere. Con un po’ di esperienza e intuito, riusciremo ad individuare meglio quali potrebbero essere gli spot ideali e le zone da mappare per scovare questo padrone incontrastato dei fondali profondi del Sud Italia.

TECNICHE PER INSIDIARLO
La tecnica di pesca migliore per insidiare il dentice corazziere è sicuramente la traina o lo scarroccio lento controllato con il vivo.
Vista la profondità operativa dei fondali rispetto alla quale praticheremo tale tecnica di pesca, potremo parlare di una vera e propria nuova tecnica di slow deep live bait trolling.
Proprio perché traineremo a profondità elevatissime, spesso sopra ai 90-100 metri, sarà indispensabile avere un’attrezzatura con materiale al top di gamma. Fusti di altissima qualità con una schiena dotata di una notevole riserva di potenza, tale da poter gestire tranquillamente un lungo combattimento con pescioni esplosivi anche di 15 kg, e un’azione di punta che ci consente la nitida lettura delle leggere tocche caratteristiche del corazziere. La scelta dovrà andare su una canna da traina col vivo da almeno 20 libbre della lunghezza di 210 cm o, in alternativa, una canna per le tecniche in verticale con un fusto potente anche PE 5 e una range casting di almeno 300 grammi con lunghezza di almeno 6’8’’ – 7’.
A questa canna abbineremo un ottimo mulinello rotante con un drag di almeno 20-30 libbre (reali!) di altissima qualità, con dischi della frizione a prova di bestioni. Questi pesci, una volta ferrati, mettono a dura prova i dischi della frizione con fughe impressionanti e pertanto è di fondamentale importanza possedere un’eccellente frizione fluida, che non strappi o si blocchi.
Ovviamente un’attenzione maniacale dovrà essere riposta nella corretta taratura del complesso pescante per avere la meglio nel lungo combattimento e nel forzare il pesce quando termina le continue fughe. Andremo a imbobinare multifibra, rigorosamente “Made in Japan” di classe almeno PE 3-4, con almeno un carico di 50 libbre (reali!), con una lavorazione a 8 capi perfetta, in modo che sia molto rotondo e compatto per poter tagliare al massimo il profondissimo specchio d’acqua e mantenere un angolo di inclinazione basso in pesca.
Nel caso di utilizzo del pre-terminale, sceglieremo uno spezzone corto di 0,60/0,70 di Fluorine. Per completare, connetteremo un terminale di fluorocarbon dello 0,70/0,80 con ottime capacità anti-abrasione, della lunghezza massima di qualche metro, al quale abbineremo la classica montatura a due ami, con uno scorrevole e un ferrante.

L’esca più efficace per questa tecnica deep è sicuramente un bel cefalopode vivo, come un calamaro o un totanetto, due esche che sono alla base della dieta dei corazzieri in quanto facilmente reperibili a quelle profondità. In mancanza dei cefalopodi, sono molto valide anche altre esche, come un generoso sauro o un lanzardo.
In caso di apatia dei predatori, può essere utile effettuare alcune prove con altre tecniche di pesca in verticale: con l’aiuto di un valido motore elettrico, si potranno tentare lo slow pitch con blatte o esche siliconiche e l’inchiku.
Coi corazzieri non si scherza e vi accorgerete subito di chi avete dall’altra parte del filo: dimenticatevi i combattimenti rilassanti con i Dentex dentex nel sottocosta.
Una volta ferrato il corazziere, se è sopra i 10 kg, effettua poderose fughe ripetute con forti testate in cerca del fondo. Tutti i sacrifici e le giornate in bianco saranno spazzati via in un solo istante dopo quella prima fuga da cardiopalma. Poi ne seguiranno altre, che ci faranno tremare le gambe, e quindi passeranno i primi minuti – che ci sembreranno un’eternità – durante i quali faremo tutti gli scongiuri sulla tenuta dell’attrezzatura, sui nodi e sul rischio di slamature.
Quando, a 20 metri dalla barca, la tensione sul filo si allenterà e comincerà a prendere una inclinazione maggiore, capiremo che è avvenuto il barotrauma e la resistenza sul complesso pescante diminuirà. Solo in quell’istante ci potremo rilassare un po’ per recuperare gli ultimi metri di filo e finalmente esultare: una scia di bolle aprirà la colonna d’acqua a 10 metri a poppa della nostra imbarcazione e vedremo emergere il maestoso padrone dei fondali con la splendida livrea dai mille colori – rosa, rosso, oro, grigio, bianco – in netto contrasto col profondo mare blu cobalto.






