Il tropico dei desideri: come programmare un viaggio di pesca
Il tropico, in tutte le sue forme, affascina e attrae i viaggiatori, ma ancora di più i pescatori che sognano di filare le loro lenze in acque incontaminate, che pullulano di predatori… Ma non è tutto sole e spiagge bianche: programmare un viaggio di pesca dall’altra parte del mondo non è semplice come sembra, e spesso richiede mesi di studio e preparazione.
Un altro inverno è passato. Siamo in primavera inoltrata, con le giornate ormai sempre più calde e lunghe… Ma noi, amanti del caldo “tutto l’anno”, sappiamo quanto è dura superare un inverno, e sogniamo destinazioni tropicali anche quando in Italia regna l’afa, non solo per il clima, ma anche per le prede che pullulano in quegli oceani e per le esperienze incredibili che solo i viaggi sanno regalare!
Inevitabilmente ci sarà chi, avendo programmato il suo viaggio con largo anticipo, avrà trascorso tra gennaio e febbraio la sua settimana di pesca ai tropici… e chi invece, per un motivo o per un altro, ha rimandato la decisione, e ora si ritrova a riporre tutte le sue speranze e i suoi sogni nell’anno prossimo! Ancora c’è chi, non avendo mai partecipato a nessun tipo di viaggio tropicale e non avendo mai provato quindi le emozioni che trasmette tale esperienza, non ne sente ancora pienamente la necessità, e lascia passare i mesi nel limbo di chi vorrebbe lasciarsi andare, ma si sente frenato.

MEGLIO SOLI… CHE IN ITALIA
È difficile scegliere di partire per un viaggio di pesca ai tropici, quando il tuo compagno di pesca continua a scoraggiarti. Ammettiamolo, non sono esperienze che possono coinvolgere tutti: vuoi per il costo comunque elevato di questo “sfizio”, vuoi per impegni lavorativi o, peggio ancora, familiari… perché vallo a spiegare a tua moglie che hai deciso di partire per un viaggio verso destinazioni da sogno, da solo!
Ma in realtà tutto è fuorché un’esperienza rilassante: ritmi assurdi, sforzi fisici, giornate intere in barca sotto il sole cocente, alloggi talvolta fin troppo spartani, cibo trascurabile o comunque volto al solo scopo di nutrirsi… Insomma, non proprio la vacanza che potrebbe sposarsi bene con le necessità di coppia. Ma nonostante tutti i nostri tentativi di convincere il nostro fidato compagno di pesca, lui continua a desistere… proprio lui che dovrebbe darci man forte, spesso finisce per coinvolgerci in questa sua decisione. Classico errore da non fare!
Anche se può suonare male, meglio partire da soli che restare in Italia. Se i nostri amici non intendono partecipare a un viaggio di pesca, non significa che dobbiamo rinunciarci anche noi. Faremo nuove conoscenze durante il viaggio, trovando nuovi amici con le nostre stesse esigenze, con cui condivideremo una settimana di pesca, resteremo in contatto e organizzeremo i viaggi futuri.
IL FASCINO CHE TI RAPISCE
E state pur certi che, se deciderete di prendere un volo interminabile per andare dall’altra parte del mondo affrontando scali talvolta devastanti, allontanandovi da affetti e lavoro, è perché in fondo siete già consapevoli che sarà un’esperienza affascinante. E non parliamo solo delle tecniche di pesca e delle prede, sicuramente diverse da quelle che troviamo nel Mediterraneo: è tutto il contesto a lasciare un segno indelebile.
Essere lì, in un posto remoto, per poterci dedicare alla nostra passione per giorni, senza nessun tipo di impedimento, in compagnia di persone con i nostri stessi interessi: giornate intere trascorse a pesca, fermandosi a pranzare magari su un’isola deserta delle Maldive, o godendosi un tramonto sul Pacifico sorseggiando un aperitivo su una spiaggia costaricana, stanchi ma appagati dalle catture della giornata… o magari un po’ dispiaciuti per aver perso un pesce importante, ma avendo comunque un argomento di discussione e di confronto tra amici. D’altronde domani sarà un altro giorno, e chissà quali sorprese ci riserverà quell’oceano così lontano dalle nostre normali abitudini.
Ecco, sono questi momenti che ci mancheranno, una volta tornati in Italia, quando ci renderemo conto che non vediamo l’ora di partire nuovamente, allora potremo considerarci “tropicalisti”, magari con ancora tanta esperienza da fare, ma di sicuro rapiti da quel fascino che solo chi ha provato può tentare di spiegare.
C’È TROPICO E TROPICO
A parlare di tropico spesso si generalizza, e si può anche arrivare a fare confusione.
Al momento di prenotare un viaggio, infatti, ci troveremo di fronte a una miriade di destinazioni possibili, tra le quali potrebbe risultare molto difficile barcamenarsi.
A condizionare la decisione finale saranno molti fattori, come il budget, il periodo dell’anno, le tecniche di pesca che vorremo praticare, il nostro grado di esperienza e, ultimo ma non ultimo, se saremo in gruppo o da soli.
Per esempio, se possiamo partire ad aprile o maggio, molte destinazioni saranno impraticabili per il clima avverso: ci converrà ripiegare su una meta atlantica, anche se non si potrebbe definire propriamente tropicale. Se però la nostra disponibilità ricade su gennaio o febbraio, si apre un mondo di destinazioni decisamente tropicali.
Il budget invece gioca un ruolo fondamentale a prescindere dal periodo: se è vero che esistono viaggi per tutte le tasche, è altrettanto vero che alcune destinazioni sono molto costose di per sé, perché a incidere molto sono anche i voli. Allo stesso modo troveremo destinazioni piuttosto estreme, che mettono in difficoltà anche “tropicalisti” molto esperti, e sono assolutamente da scartare in caso di prime esperienze. La nostra decisione sarà influenzata anche dai compagni di viaggio.
Se siamo già un gruppo di 3-4 persone, possiamo valutare diverse destinazioni e dividere le spese di charter e alloggi. Se invece partiamo da soli, la libertà di scelta si riduce, a meno di sostenere l’intero costo del viaggio e vivere l’esperienza senza condividerla con altri. In questi casi forse è bene contattare guide o charter e verificare con loro la possibilità di unirsi a un gruppo incompleto.
IL TROPICO: LA PREDA CHE FA PER NOI
Per quanto la nostra scelta possa essere condizionata dai fattori appena descritti, ciò che ci fa propendere verso un itinerario piuttosto che un altro è sicuramente la possibilità di catturare una determinata preda. Per aiutarvi nella scelta del prossimo viaggio di pesca, abbiamo pensato di raggruppare in categorie i principali target da tropico.
Rostrati.
In questo gruppo rientrano le varie specie di marlin (white, black, blue, striped), i pesci vela, gli spearfish (longbill, shortbill e roundscale) e ovviamente i pesci spada. Benché possiamo affermare che ogni oceano ha i suoi rostrati, esistono destinazioni particolarmente indicate per ciascuna specie o famose per ospitare tantissime specie, così da regalarci la possibilità di più catture diverse in un solo viaggio.
Se il nostro target sono i rostrati in generale, potremmo optare per una destinazione del Centro America, come il Costa Rica, il Venezuela o il Messico, che vantano una massiccia presenza di diverse specie di marlin e sailfish; anche il Kenya fa da padrone in questo scenario, soprattutto per la diversità delle specie presenti e la forte presenza dei pesci spada.
Se cerchiamo una specie in particolare, dovremo orientarci su itinerari specifici: Cabo Verde o Madeira per i blue marlin; Kenya, Mauritius, per non parlare della Grande Barriera Corallina australiana, per i black; Florida o Messico per i pesci spada, e via discorrendo…
La tecnica principale per insidiare i rostrati è ovviamente il big game, quindi la traina d’altura praticata con esca artificiale o naturale nel caso di pitch bait.
I charter sono nella maggior parte dei casi attrezzati con tutto ciò di cui si può avere bisogno, il che significa che, salvo eventuali esigenze personali, non avremo necessità di portare nessun tipo di attrezzatura dall’Italia, e potremo partire con un piccolo bagaglio.
Tonni.
Quando parliamo di tonni, non sempre abbracciamo destinazioni propriamente tropicali, salvo per alcune specie.
Ad esempio gli yellowfin e i bluefin (tonni rossi) non condividono le stesse acque: i primi si trovano in zone oceaniche che raggiungono temperature tropicali, come l’Oceano Indiano, il Pacifico o il basso Atlantico, i secondi in zone sicuramente meno calde.
Cambiano anche le tecniche con cui insidiarli: i pinna gialla spesso e volentieri vivono in zone frequentate anche da squali, che rendono molto complicata la pesca con esca naturale a drifting o traina lenta, soprattutto se con ausilio di pastura; per questo è preferibile cercare di insidiarli in altura o a jigging e spinning.
Per quanto riguarda i tonni rossi, la tecnica principale per tentare la cattura dei grandi esemplari resta il drifting o la traina con il vivo, raramente e solo in alcune zone anche lo spinning sulle mangianze.
Da non sottovalutare è anche la specie bigeye, molto diffusa nelle acque della vicina Madeira, insidiabile a traina d’altura.

Carangidi.
Affascinante gruppo di pesci da “target”, quali i ricercatissimi GT, i roosterfish e i grossi amberjack. Escludendo questi ultimi — che possiamo trovare anche nel vicino Atlantico, in alcuni spot nell’arcipelago di Cabo Verde, così come alle Canarie e a Madeira — per catturare i GT e i roosterfish abbiamo bisogno necessariamente di selezionare latitudini tropicali.
Infatti i GT sono presenti soprattutto in Oceano Indiano e Mar Rosso, facendoci quindi propendere per destinazioni come Maldive, Kenya, Madagascar, Sri Lanka, Andamane, Oman, Seychelles, solo per citare le più famose, ma non mancano anche in alcune zone del Centro Pacifico, del Mar dei Caraibi, dell’Australia e delle Hawaii; mentre la diffusione dei roosterfish è limitata solo ed esclusivamente ad alcuni tratti di costa del versante Pacifico dell’America Centrale.
Di sicuro entrambi rientrano tra le specie del sottocosta più affascinanti e più ricercate da parte dei tropicalisti in cerca di forti emozioni. Soprattutto per quanto riguarda i GT, infatti, la loro cattura spesso richiede combattimenti molto impegnativi, sia per la conformazione del fondale in cui vivono, caratterizzato per lo più da reef taglienti, sia per la loro potenza esplosiva. Vengono insidiati prevalentemente a spinning pesante e popping, ma anche a jigging, con attrezzature molto pesanti.
I roosterfish, anch’essi molto combattivi, lasciano sicuramente spazio a un’attrezzatura più light e alla possibilità di combattimenti meno intensi, per via del fatto che le zone in cui abitano rappresentano per lo più lunghe distese di fango o scogli isolati, dove difficilmente vanno a cercare riparo una volta allamati. Esistono poi altri carangidi che possiamo definire “minori”, ma che comunque lasciano il loro ricordo indelebile nella memoria del tropicalista che si imbatte in una loro cattura.
Predatori del sottocosta.
Per quanto si possa essere selettivi nella pesca tropicale, come in tutte le altre tipologie di pesca, è pressoché impossibile concentrarsi su un’unica specie. Ma in questo caso i pesci “di contorno” non sono affatto meno interessanti, anzi: spesso si parla di altri pesci da target che possono assumere notevole importanza quando abboccano gli esemplari di una certa dimensione.
Parliamo di snapper, barracuda, dogtooth tuna, coral trout, jackfish: tutti famelici predatori che popolano la maggior parte degli spot che battiamo a spinning e jigging, e che non ci lasceranno vita facile.
Il fatto che stiamo pescando con attrezzatura, magari PE10, destinata alla cattura di un GT over 20 kg, non significa che saremo al sicuro da altre insidie: ad esempio, un red snapper che, come un fulmine, afferra il nostro popper in acqua bassa e altrettanto velocemente rifugiandosi nel reef… oppure un grosso barracuda che, senza grosse difficoltà, recide di netto il nostro shock leader da 200 libbre e, se non lo fa, ci dà non poco filo da torcere, anche per le difficoltà nel gestirlo sottobordo, durante le operazioni di slamatura e le foto di rito.
Così, anche se abbiamo attraversato l’Oceano per catturare magari un GT, conserveremo gelosamente e mostreremo con un certo orgoglio la nostra foto con un dogtooth tuna di 20 kg o con una coral trout di 10 kg, consapevoli che un “imprevisto” così non capiterà facilmente un’altra volta.
Combattenti in altura.
Anche pescando in altura potremo imbatterci in predatori che “coloreranno” le nostre giornate, talvolta facendo partire le canne troppo di frequente. In questi casi parliamo dei wahoo, croce e delizia degli alturisti in giro per il mondo, e delle lampughe, diffuse praticamente in ogni parte del globo. Se la cattura di queste ultime è sempre ben accetta e anche molto divertente per il combattimento ricco di salti e fughe veloci (senza considerare i colori spettacolari che ci regalano), nel caso dei wahoo, non sempre è così piacevole imbattersi in una zona frequentata da loro.
Infatti, per quanto sia emozionante la loro partenza a velocità supersonica, tendono a distruggere esche e terminali con la loro dentatura micidiale, imponendo l’utilizzo del cavetto d’acciaio. Ma se siamo alla ricerca di pesci vela, marlin o yellowfin tuna, difficilmente realizzeremo lo shock leader in acciaio, e così il nostro caro wahoo potrà facilmente recidere il nylon, facendoci perdere la nostra esca prima ancora di farci sentire il suono della frizione. In ogni caso, anche se non dovesse riuscirci e dovesse restare allamato, di sicuro troveremo il nostro prezioso kona con il gonnellino tagliato di netto, come se fosse passato dal barbiere per un radicale cambio di look!

Cernie e cubere.
In questa categoria si apre un mondo, perché soprattutto per quanto riguarda le cernie, conosciute universalmente come “grouper”, ne esistono decine e decine di specie, ognuna con abitudini, dimensioni e colori diversi. Dagli esemplari da centinaia di kg che si trovano attorno alle piattaforme in Florida (che a tutti sarà capitato di vedere almeno una volta in qualche video sui social o su YouTube), alle coloratissime cernie del corallo, che popolano i drop off dell’Oceano Indiano, passando per le cubere del Pacifico e le nere cernie canine di profondità.
Insomma, per ogni specie occorrerà variare destinazione e tecnica di pesca, anche se, essendo specie di fondale, viene da sé che il jigging in tutte le sue forme, anche più slow, come appunto lo slow pitch, l’inchiku e le softbait, trova la sua massima espressione. Questo è dovuto anche al fatto che la maggior parte degli spot in cui vivono è popolata da squali, che impediscono l’uso di esche naturali; discorso invece praticabile in alcune zone del Pacifico, dove le cernie sono insidiabili anche a bolentino.
Squali.
Gli squali meritano di sicuro una categoria tutta per loro! Aggressivi, combattivi, affascinanti: sono a tutti gli effetti pesci da target, che sempre più tropicalisti ricercano in maniera specifica. Sì, perché se è vero che talvolta possono risultare quasi fastidiosi, infestando interi spot sui quali stiamo pescando e attaccando di continuo le nostre esche (ma soprattutto le nostre prede), è altrettanto vero che ogni strike è una goduria: frizioni impazzite, canne al limite, combattimenti imprevedibili con repentini e velocissimi cambi di direzione. Anche quando il pesce è sottobordo e sembra ormai finito, è lì che riparte come un missile.
Inoltre, a differenza di altri pesci con dentature taglienti, che una volta allamati bene difficilmente recidono il terminale, lo squalo continuerà a cercare volutamente di mordere il filo durante tutto il combattimento. Questo significa che, dopo 20-30 minuti di tira e molla al limite dello sforzo fisico, potrebbe riuscire a toccare il leader e salutarci, portando con sé il nostro jig e lasciandoci con l’amaro in bocca. Per quanto riguarda le tecniche, possiamo dire che, se sono in attività, abboccano su ogni esca, che sia un jig, un inchiku o un grosso popper; mentre se vogliamo stimolarli ancora di più, possiamo provare a calare un’esca viva o morta e di solito, se sono nei paraggi, non si ha neanche il tempo di toccare il fondo.
Particolare attenzione merita la fase di slamatura sottobordo, perché si tratta di pesci imprevedibili, che studiano la situazione e compiono le loro azioni sapendo ciò che vogliono fare: mordere! Mai, e sottolineo mai, cercare di slamare uno squalo con una pinza corta: ci metterebbe una frazione di secondo ad arrivare alla nostra mano o al braccio. Una volta serrata la bocca, le conseguenze potrebbero essere davvero pericolose, soprattutto considerando che ci troviamo in mezzo all’oceano in aree poco sviluppate. Piuttosto, se non siamo in possesso di un lungo slamatore di acciaio (almeno 50 cm, ma 70-80 sarebbe meglio), sarebbe preferibile tagliare la lenza e decidere di perdere un jig e non la mano.
L’IMPORTANZA DELLA GUIDA
Benché ci siano charter in ogni dove, che organizzano uscite di pesca per tutti i gusti, bisogna considerare i conti con la nostra esperienza, la conoscenza del posto e soprattutto l’affidabilità delle persone in loco. Se siamo “tropicalisti” esperti e sappiamo come muoverci, possiamo anche decidere di andare in esplorazione in un luogo che ancora non conosciamo, contattando persone sul posto e cercando di acquisire più informazioni possibili dall’Italia, così da essere preparati a ciò che affronteremo.
Ma non sempre è facile: in alcune aree la comunicazione può essere più lenta e le informazioni difficili da ottenere. L’alternativa è quella di contattare charter ben collaudati e confrontarsi con persone che hanno già potuto provare quell’esperienza, oppure — ancora meglio — rivolgersi a una guida dall’Italia che, conoscendo bene la destinazione proposta, possa organizzare tutto al meglio, dal soggiorno alle uscite, e chiarire ogni dubbio.
Non si tratta solo di pianificare: spesso, anche sul posto ci si trova di fronte alla necessità di prendere decisioni che significano la buona riuscita dell’intero viaggio. Ad esempio, una guida con esperienza tropicale riesce a interpretare una situazione di scarsa attività, scegliendo di cambiare tecnica o zona, così da poter risollevare una o più giornate, oppure può consigliare l’attrezzatura e le montature più idonee per insidiare determinate specie in un dato spot, seguire il combattimento e così via.
In Italia abbiamo diverse guide che organizzano gruppi di pesca all’estero, e basta anche una breve ricerca per poter trovare la destinazione più indicata e la soluzione più adatta, partendo così con maggiore sicurezza.
TUTTA ESPERIENZA
Pensare che un viaggio di pesca significhi semplicemente trascorrere una singola settimana all’estero è molto limitante. Pescare in condizioni spesso estreme, confrontandosi con predatori dalle muscolature abituate a contrastare le forti correnti oceaniche, e per questo sicuramente più impegnativi dei nostri mediterranei, ci fa accumulare una certa esperienza da poter poi mettere in pratica a casa nostra durante il resto dell’anno.
Non solo: citando il detto “paese che vai, usanze che trovi”, a seconda del luogo del mondo in cui avremo il piacere di pescare, potremo acquisire conoscenze, trucchi ed esperienze di capitani o comunque bravi pescatori, che una volta tornati a casa potremo mixare e adattare a nostro piacimento, apportando un bagaglio di esperienza non indifferente al nostro modo di pescare.




