Narrowboat: fenomeno e considerazioni per il nostro mercato
In questa edizione ho deciso di parlare di quello che sembrerebbe essere, quantomeno, un fenomeno che sta registrando elementi di discreta crescita e interesse nel mondo del diporto, puro e commerciale: stiamo parlando delle “narrowboat”, che oramai cominciano da qualche tempo a vedersi in aumento anche nel nostro Paese.
Prima di descrivere questa nuova tendenza (o forma di interesse) da parte di una certa nicchia di armatori del diporto, è però opportuno capire anzitutto di che tipologia di unità stiamo parlando e, seppur con qualche breve accenno, anche quale sia la loro storia.
Questa tipologia di naviglio è una ben specifica tipologia di chiatta, la cui costruzione e il cui dimensionamento erano propedeutici ad adattarsi alle chiuse del Regno Unito. Impiegate sin dalla rivoluzione industriale nel XIX secolo e fino agli anni ’70 del secolo scorso, erano essenzialmente unità destinate a scopi commerciali, anche trainate da animali, per l’appunto nelle acque interne (ovvero nei canali) del Regno Unito.
Oggigiorno, come in parte avviene per unità similari come quelle presenti nei Paesi Bassi e in alcune altre nazioni del Nord Europa, queste sono attualmente utilizzate sia per fini commerciali – come crociere o attività ristorativo-ricettive – sia come residenze private vere e proprie.
Per quanto riguarda il loro dimensionamento, possiedono una larghezza mediamente inferiore ai 2,13 metri (7 piedi); la lunghezza, sempre in riferimento al dimensionamento delle chiuse, può arrivare ai 21,95 metri (72 piedi), con un’altezza che può variare da 1,21 metri a 1,47 (4 piedi e 10 pollici) sopra la linea di galleggiamento.
In termini numerici, ma con dati limitati all’oramai lontano 2006, nel Regno Unito si poteva registrare la non trascurabile cifra di 27.000 unità, salita, con l’ultimo dato statistico disponibile del 2017, a 34.367 unità. Ad oggi, risulterebbero molte imbarcazioni costruite interamente in acciaio o alluminio.
Come è facile intuire, considerando anche solo le loro dimensioni in termini di lunghezza, si tratta di una tipologia di naviglio che, come abbiamo anche accennato sopra, si presta generosamente quanto a spazi di bordo: infatti, la suddivisione dei locali sottocoperta, a eccezione dei servizi igienici o dei vani dedicati agli apparati macchina, offre sufficienti spazi per cucine, alloggi, cale e, molto frequentemente, quadrati abbastanza confortevoli. Per gli stessi motivi, anche a livello di sfruttamento commerciale, non è raro vederle adibite a uffici, ristoranti o piccole attività ricettive, in certi contesti geografici o comunque locali, talvolta neanche tanto lontani dai centri cittadini.
LE NARROWBOAT: COME SI STA SVILUPPANDO QUESTO TREND IN ITALIA?
Sicuramente incidono le esigenze, le passioni, la creatività o anche la legittima imitazione di soluzioni che storicamente il Nord Europa è più avvezzo a vedere; fatto sta che anche molte persone in Italia si stanno sempre più interessando alle narrowboat.
Tuttavia, almeno fisicamente, e come probabilmente intuibile dai più, la presenza di unità simili o similari alle narrowboat non rappresenta una totale novità per il nostro Paese: infatti, sparse qua e là, magari in qualche porto o via di navigazione interna, tali unità non possono certamente essere considerate una presenza del tutto inedita. Come accennato all’inizio dell’articolo, sembrerebbe oramai esserci una nicchia di utenti interessati all’acquisto, soprattutto dall’estero (vista la loro maggiore reperibilità in termini di offerta), di queste unità. Io stesso, per pratica professionale, ho avuto modo di approcciarmi direttamente a questo segmento, per quello che per me fu, di fatto, un incarico senz’altro singolare.
Ma andiamo ora a comprendere quali elementi spingono alcuni utenti a interessarsi alle narrowboat. Un primo aspetto di assoluta rilevanza è senz’altro da ricercarsi nel prezzo medio di compravendita: infatti, per l’acquisto (si tratta prevalentemente di usato, n.d.r.), a seconda di allestimenti, dimensioni, età e condizioni generali, il valore oscilla da circa 20.000,00 GBP fino ad arrivare, sempre mediamente, ai 140.000,00 GBP. Cifre, queste, che seppur al netto di tutti quei costi di trasferimento, refitting, personalizzazione, oneri tecnico-amministrativi, portano sicuramente una fetta di neo-armatori a valutare positivamente l’acquisto.
Il secondo aspetto è la non indifferente offerta, in termini numerici, di cui dispone questa nicchia di mercato nella compravendita. Tale fattore offre, sul piano della mera possibilità di scelta, ampi margini e possibilità di individuare l’unità che più si adatta alle proprie esigenze, diportistiche o commerciali che siano, con costi assai più accessibili rispetto a costruzioni a nuovo.
Ultimo elemento è costituito proprio dalla duttilità teorica di queste unità per taluni possibili impieghi commerciali: come abbiamo già avuto modo di descrivere, possono essere infatti potenzialmente molti.
CRITICITÀ TECNICO-AMMINISTRATIVE E ASSICURATIVE APPLICATE AL NOSTRO CONTESTO NAZIONALE
Se da un lato, gli impieghi e talune potenzialità commerciali e diportistiche delle narrowboat possono apparire oggettivamente interessanti, dall’altro vi sono alcune criticità che, norme e consuetudini “alla mano”, devono necessariamente essere considerate allorquando si vada a parlare di un potenziale impiego sul nostro territorio. Senza poter né voler essere troppo specifici, per ragioni di spazio e per la natura stessa di un approfondimento che non può esaurirsi in questo articolo, citeremo velocemente alcuni punti degni sicuramente di una altrettanto veloce riflessione.
I primi aspetti riguardano, soprattutto per l’utilizzo commerciale ma anche per quello privato, il corretto inquadramento tecnico-amministrativo di queste unità: dal punto di vista della registrazione (per dimensioni in lunghezza siamo nel novero dei beni mobili registrati, n.d.r.), sarebbe lecito chiedersi (ma forse anche disciplinare…) se si tratta propriamente di “navi minori e galleggianti” o di naviglio da diporto (sia esso puro o commerciale), con l’annessa applicazione dei rispettivi regimi tecnico-amministrativi previsti per queste due distinte categorie, come dai principali impianti normativi di riferimento (Codice della Navigazione e Codice della Nautica da Diporto, in particolare).
Ora, restando su una valutazione in veste di meri osservatori (pur avendo professionalmente una mia personale opinione tecnico-dottrinale in merito) purtroppo, così come avviene da quasi dieci anni per fenomeni oramai strutturali, come quello del Boat & Breakfast, ancora una volta potremmo essere davanti a una norma che ciclicamente e temporalmente non si allinea e non disciplina, con prontezza, l’evolversi degli utilizzi delle unità e la concorrenza, a volte serratissima, di altri registri.
In secondo luogo, occorre tenere presenti altri due ulteriori elementi: il primo concerne la sicurezza della navigazione, che si lega indiscutibilmente alla norma eventualmente applicabile e al relativo regime tecnico, soprattutto in caso di utilizzo commerciale e con la relativa presenza di soggetti qualificabili come passeggeri, ospiti o avventori.
Il secondo e ultimo aspetto è senz’altro quello assicurativo, applicato a questo naviglio e, in maniera leggermente minore, all’utilizzo di quest’ultimo. Premettendo che in questo campo, nel Regno Unito, gli assicuratori adottano rischi nominati e specifiche esclusioni di copertura dedicate a queste unità, non è detto che lo stesso approccio sia riscontrabile nel mercato italiano.
Il tutto al netto di testi di polizza ancorati, essenzialmente, alla polizza italiana diporto e alle coperture corpi commerciali che, come abbiamo avuto modo di disquisire in altre occasioni in questa rubrica, sembrerebbero, in parte e anch’esse, meritevoli di miglioria e aggiornamento, per rimanere al passo con nuovi utilizzi, nuovi rischi e nuove metodologie di assunzione e di gestione del sinistro.





