L’emorragia della bandiera italiana: cancellazioni dal nostro registro
Bandiera italiana: continuano le cancellazioni. È oramai alla luce del sole (anche per i non addetti ai lavori, ndr) la critica situazione in cui versa il nostro registro navale che vede, dati alla mano, impressionanti numeri e percentuali, soprattutto relativi alle cancellazioni.
È bene specificare che i dati non provengono affatto da fonti definibili “interessate”, ma provengono invece da “Il diporto nautico in Italia 2024”, una delle pubblicazioni ufficiali del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (ufficio di statistica).
Tra questi numeri e tra queste statistiche sarebbe infatti emerso un aumento del 256%, in un quinquennio, delle cancellazioni dal registro italiano, con picchi, riconducibili a un periodo tra il 2022 e il 2023, e una forbice oscillante dalle 3.500 alle 3.800 unità all’anno. Cifre non certo trascurabili per un Paese che vorrebbe essere, o crede di essere, a piena vocazione marittima.
Mentre, per quanto riguarda le iscrizioni, i dati non sono purtroppo rosei: queste avrebbero registrato una percentuale, sempre con indice negativo, pari al -76% tra il 2019 e il 2024. Dati, questi, che se comparati con le percentuali di continua crescita dell’industria cantieristica nazionale – che solo nel 2024 ha segnato un +3% rispetto all’anno precedente e un fatturato annuo di ben 8,6 miliardi di euro – potrebbero, da soli, almeno far intuire come la problematica non sia nel mercato, ma nel regime tecnico-amministrativo che, per fortuna di alcuni armatori (a volte molto meno, sia per l’indotto nazionale che per lo stesso erario, ndr), viene spesso aggirato, a piè pari, alimentando quel fenomeno che in economia marittima è meglio conosciuto come “flagging out”.
BANDIERA ITALIANA: LA CONCORRENZA DEI REGISTRI EUROPEI ED ESTERI
Come abbiamo sopra accennato, questa è una delle tipiche peculiarità da sempre caratteristiche del mondo armatoriale, sia esso lo shipping o lo yachting, dove l’armatore ha sempre avuto modo di trovare – altrove, in altre realtà – pressoché qualsiasi soluzione fosse adatta alle proprie esigenze: vi sono infatti registri (o bandiere, ndr) “specializzati” nella qualità amministrativa e burocratica, nell’esercizio commerciale, nella deregolamentazione oppure nella più becera economicità; ma la lista potrebbe continuare e di alternative, come si suol dire, ve ne sono per tutti.
In quest’ottica, non solo nello shipping ma anche nello yachting, e oramai da decenni, sono stati molti i Paesi, più o meno realmente vocati alla materia marittima, che si sono presentati nel panorama internazionale, pronti a cavalcare il momento e a fare business con le iscrizioni di naviglio mercantile e da diporto. Di esempi, in termini di registri e di varia specialità o, se vogliamo, di “vocazione”, ne abbiamo avuti e ne abbiamo tuttora, anche e soprattutto in Europa.
Tra le meteore, abbiamo potuto osservare la crescita e il rovinoso declino delle bandiere olandese e belga nei passati anni ’10, arrivando invece, in tempi più recenti, all’affermazione della bandiera polacca, oramai una presenza fissa in molti porti europei, soprattutto per il diporto puro e per taluni segmenti di naviglio e di unità. Nel panorama dei registri europei non mancano certo presenze storiche, ma anche di rilancio e di riscatto, come il registro francese, maltese e inglese: anch’essi, seppur nelle loro singolarità, da sempre sono visti come punti di riferimento internazionali in quanto a registrazioni. Tutte realtà amministrative queste che, più o meno storicamente, rappresentano non solo una concorrenza per registri come il nostro, ma anche, come abbiamo fin qui detto, multiformi soluzioni per ogni tipologia di armatore.
Allo stesso tempo, però, sono anche una forma di intelligenza pratica, attiva e pronta a raccogliere non propriamente le briciole, ma cospicue quantità di naviglio con non indifferenti ricadute economiche in primis per le casse statali, in secundis per un indotto che inevitabilmente ruota legittimamente su tali attività.
UNA RIFORMA, NON CERTO SOLO NORMATIVA, MAI REALIZZATA
Sono decenni, oramai, che ogni tanto le associazioni di categoria, piccole e grandi, così come parte dell’apparato pubblico e una certa intellighenzia, propongono attività di riforma e di competitività per la bandiera italiana. Piccoli tentativi nazionali, in questo senso, ve ne sono certamente stati, soprattutto dopo il periodo dell’ultima crisi del settore, innescatasi dalla fine del 2008, ma, tra decreti attuativi mai promulgati, poca chiarezza normativa e, soprattutto, l’assenza di una strutturale riforma (forse tra le poche degne di questo abusato termine) purtroppo, nostro malgrado (in quanto italiani e italiane), oggettivamente e qualitativamente ben poco si è visto; soprattutto mettendo in relazione l’oggettività dei dati e quanto, altrove, evidentemente, ben si riesce a fare.
Eppure, poco potrebbe bastare, a ben vedere, per ribaltare queste desolanti tendenze considerato che per mercato e numeri, in termini di naviglio, industria cantieristica, professionalità e indotto, il nostro Paese è, fatte le dovute e accorte valutazioni ed eccezioni, potenzialmente ben fornito. La giusta e ben dosata miscela per l’ottenimento di un risultato eccellente che porti il nostro registro ai livelli di quelli altrettanto storici quanto blasonati non può però prescindere dalla reale conoscenza delle dinamiche economiche marittime, dalla qualità e dall’abilità di coniugare e migliorare quanto altri, evidentemente, hanno sempre dimostrato di saper fare meglio.
Il risultato è, e lo scrivo da ben più di un decennio, costantemente e sempre alla nostra portata, ma senza una seria volontà di far bene, purtroppo e di contro, i risultati saranno quelli di vedersi sottrarre, masochisticamente, un tesoro che già si ha in casa; dovendo poi, inevitabilmente, fare i conti con dati e statistiche di questo genere.





